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DONNE - RAPPORTO SVIMEZ - LA QUESTIONE FEMMINILE NEL MEZZOGIORNO: "IN ITALIA 4 MILIONI CHE NON VENGONO IMPIEGATE, DI CUI 1.800.000 A SUD

(2022-11-28)

  "Il tasso di occupazione femminile nel Mezzogiorno è molto lontano dalla media europea. In Italia il gap con l’Europa, di circa 10 punti all’inizio del secolo, è ulteriormente aumentato, avvicinandosi ai 15 punti nel 2022.
Non solo, il ritardo dell’Italia, che nei primi anni Duemila era essenzialmente ascrivibile alle regioni meridionali, si è esteso alle regioni del Centro-Nord. Portando il confronto all’interno del Paese, è netto il divario tra i tassi d’occupazione femminile del Mezzogiorno e del Centro-Nord, che in termini di numero di occupati si quantifica in 1,6 milioni (nel senso che se il tasso di occupazione femminile fosse uguale a quello del Centro-Nord, nel Mezzogiorno l’occupazione femminile aumenterebbe di 1,6 milioni).

In Italia sono circa 4 milioni, di cui circa 1,8 milioni nel Mezzogiorno, le donne più o meno vicine al mercato del lavoro ma che non vengono impiegate. Il labour market slack in Italia raggiunge livelli ben più elevati della media europea e aumenta decisamente dal 2008, in controtendenza con il dato europeo. La peculiare carenza di domanda di lavoratrici nelle regioni meridionali è resa manifesta da valori intorno al 50% dell’indicatore, a evidenziare che solo la metà delle donne potenzialmente disponibili a lavorare trovano occupazione.

Per le donne, i problemi familiari sono tra le principali cause di dimissioni volontarie: nel 2020 oltre il 77% delle convalide di dimissioni di genitori di figli tra 0 e 3 anni è ascrivibile alle donne. Sul totale delle convalide la dichiarazione più frequente è la difficoltà di conciliare occupazione ed esigenze di cura della prole, sia per carenza di servizi di cura, sia per difficoltà a organizzare il lavoro.
In tutte le circoscrizioni si registra una spiccata prevalenza delle convalide relative a lavoratrici madri, che rappresentano il 93% nel Mezzogiorno e il 72% nel Nord. Il volume di spesa pubblica utilizzata dai Comuni per gestire e per finanziare i servizi per la prima infanzia ha seguito un trend crescente fino al 2012, per poi restare sostanzialmente invariato.

La spesa pro capite esibisce un trend continuamente crescente per effetto della riduzione del bacino d’utenza connesso
al calo demografico. La spesa media è salita da circa 550 euro nel 2004 a poco più di 900 nell’ultimo anno, riproponendo e accentuando gli squilibri territoriali in termini di strutture: la spesa per bambino residente di 0-2 anni è 883 euro al Nord-Ovest, 1.345 euro al Nord-Est, 1.526 euro al Centro, 308 euro al Sud e 429 euro nelle Isole. Pur non essendo necessariamente una garanzia di qualità dell’offerta, la spesa è un presupposto necessario perché si possano avere una diffusione adeguata e standard qualitativi elevati, senza gravare in maniera eccessiva sulle famiglie. I nidi e i servizi integrativi, del resto, sono servizi a elevata intensità di personale, per cui è difficile coniugare costi contenuti con elevati standard qualitativi e con un’ampia accessibilità per tutti gli strati sociali.  (28/11/2022-ITL/ITNET)

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