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PATRONATI ITALIANI NEL MONDO - MOBILITA' - MALPASSI (COORD.MOBILITA' INTERN.INCA CGIL): "IMPEGNO PATRONATI ALL'ESTERO PIU' AMPIO DI QUANTO SI IMMAGINA IN ITALIA. INCREMENTO MOBILITA': RIPORTARE ATTENZIONE ALLA RADICE PROBLEMA PENA MANCANZA DI FUTURO"

(2021-04-19)

  Sono sempre stati in prima linea accanto alle comunita' italiane all'estero, in passato ma soprattutto in questo lungo anno di pandemia, nonostante la complessità dell'azione di sussidiarietà e tutela dei diritti dei nostri connazionali in condizioni spesso estremamente difficili ( lockdown, insicurezze politico-amministrativi). E lo sono ancora con l'impegno di sempre. Stiamo parlando dei Patronati italiani all'estero, che anche nel prossimo futuro post covid potrebbero essere chiamati ad un impegno di ancor più ampia portata "al quale di certo non ci sottrarremo" ma "della cui complessità in Italia c'è scarsa consapevolezza", afferma ad Italiannetwork Andrea Malpassi, Coordinatore Area Mobilità Internazionale e Politiche Migratorie del Patronato INCA CGIL.  Malpassi, dall'osservazione sul campo della situazione  internazionale - pandemica ed economica - non riesce  ad intravvederne l'immediatezza " grazie alla soluzione 'vaccini'". L'"effetto trascinamento" sia sul piano sanitario che economico-occupazionale è decisamente pesante. E  non solo sull'economia italiana..."  Ma lasciamo la parola all'esponente del Patronato della CGIL

"D'altra parte, però,  viviamo una situazione in cui nella disomogeneità che si va determinando  fra i diversi paesi  si intravedono spiragli di ritorno alla normalità, anche se in gran parte del mondo covid e conseguenze correlate sul piano sanitario, sociale ed economico sono ancora dominanti nelle grandi aree - dove sono maggiormente  presenti i nostri connazionali - sia dell'America Latina che europee. Ed è evidente che ciò ha influenzato il lavoro dei patronati in modo clamoroso, non soltanto per le richieste che ci vengono rivolte, per lo più di aiuto in termini di  assistenza sociale collegati all'Italia, ma anche di accesso ai sostegni alla disoccupazione messi a disposizione dai singoli Paesi per integrare i salari persi o la disoccupazione. Elementi caratterizzanti questa crisi !" stigmatizza l'esponente dell'INCA.

Come Patronati abbiamo vissuto modalità di lavoro più difficili del solito in quanto  il nostro è un lavoro di sportello, di prossimità. Elemento che, però vorrei sottolineare, rivendichiamo come punto qualificante e fondamentale del nostro impegno, dove l'operatrice e l'operatore di patronato rappresentano per i connazionali all'estero il volto dell'Italia, l'interfaccia del nostro Paese. E, tuttavia, proprio per garantire le norme di sicurezza dovute sul distanziamento imposte dai diversi Stati abbiamo dovuto 'ricaratterizzare' il nostro lavoro attraverso l'on line, tramite internet, nel migliore dei casi riuscendo a programmare incontri solo su appuntamento.  Però, il nostro impegno, vale per il patronato Inca ma sicuramente anche per tutti gli altri patronati, è stato ed è tuttora, di non lasciare i connazionali da soli di fronte ad alcun tipo di emergenza anche durante questo periodo. E, credo che, leggendo i numeri delle persone assistite cresciuti  considerevolmente rispetto agli anni scorsi, ci siamo riusciti.

Sicuramente è cambiata moltissimo la tipologia dell'intervento. L'attività, quella tradizionale, standard, di assistenza e
di tutela del  patronato,  - il cosiddetto "paniere" -  che in Italia si immagina continui ad impegnare il patronato all'estero,  è stata soverchiata dalle richieste di aiuto, di intervento, di informazione e di consulenza sul piano sanitario e sociale. Per lo piu' un ventaglio ampio di richieste che non vengono "riconosciute" dal contributo ministeriale per i servizi  resi  dai Patronati, che mette in forte difficoltà gli istituti, ma non c'è stato, non c'è e non ci sarà un giorno in cui i patronati all'estero non daranno assistenza ai connazionali", assicura il Coordinatore Area Mobilità Internazionale e Politiche Migratorie del Patronato INCA CGIL.

Ed a proposito dei nostri connazionali all'estero, dal suo osservatorio internazionale, quali sono i paesi maggiormente aggrediti dal Covid, e dai suoi effetti, nei quali avete operato ?

"La quantità di persone che si rivolgono a noi per motivi legati alla pandemia varia con l'andamento stesso della pandemia nei singoli paesi. Abbiamo vissuto gli effetti del Covid nel periodo iniziale nei paesi europei, ma dall'estate 2020 è aumentata considerevolmente  nei paesi dell'America Latina; ed è rimasta costante nei paesi del Nord America dove il livello dei contagi è sempre stato molto alto. Oggi aumentano ovunque le richieste di assistenza ed aiuto per necessità collegate, soprattutto, alle prestazioni sociali locali. Attualmente è sostenuta in Europa, in particolare nei paesi tradizionalmente benestanti e ricchi del Nord Europa.
Per quanto riguarda l'America Latina, dove pure la richiesta di assistenza sociale è fortissima, si affianca quella della cittadinanza italiana. E questo ci introduce al fattore del rapporto mobilità/pandemia e del suo possibile incremento. Chiaramente, stante la situazione, le condizioni economiche peggiorano di giorno in giorno e non si intravede in America latina una possibilità di ripresa o di recupero totale a breve. Quindi, una "scelta inevitabile"  è quella di ricorrere all'emigrazione ed in questo senso si colloca la richiesta della cittadinanza italiana per agevolare il percorso"

Ma il nostro Paese è preparato ad accogliere consistenti numeri di "rientri" di italiani o di oriundi... ? 

"Premettendo che la crisi economica conseguente alla pandemia farà ampliare i flussi migratori, vorrei segnalare la  loro complessità.  Ad esempio, è significativo notare che, già nei dati del 2020, a fronte di una mobilità internazionale diminuita nei mesi di marzo-aprile-maggio, in estate, però, il flusso è aumentato con gli stessi numeri degli anni precedenti. In particolare dall'Italia verso l'estero. Ma a questo si legano anche fenomeni di mobilità interna alle aree. Riguardo ai  paesi europei, penso ai ragazzi e ragazze italiani che erano andati nel Regno Unito dove, però, la Brexit, il peggioramento delle condizioni di permanenza ed ingresso nel paese, insieme alla crisi economica, hanno fatto  sì che si spostassero  in altri paesi, non pensando, nella maggioranza dei casi, di rientrare in Italia proprio per la persistenza delle difficoltà finanziarie.

Per cui, alla domanda non posso che rispondere "l'Italia, in questo momento, ha bisogno di validi strumenti per attrezzarsi, perchè oggi non lo è ancora. Necessita di politiche attive  che facilitino l'accesso al lavoro da parte di ragazze e  ragazzi per evitare che debbano andarsene all'estero, ma dovremmo essere anche un paese in grado di accogliere giovani provenienti da altri Paesi

Negli ultimi anni, sul tema della nuova emigrazione si è sviluppato un "pensiero collettivo" prezioso, soprattutto  nelle nostre comunità all'estero e grazie alle diverse esperienze, a partire da quelle del mondo dei patronati e dell'associazionismo. Esperienze come quelle nate nel seno del Cgie: vedi il seminario di Palermo; o le  pregevoli iniziative locali realizzate da moltissimi Comites, che  hanno permesso di costruire una visione ed un pensiero che io non so definire altrimenti  che 'collettivo". Una presa di coscienza del fatto che questa uscita massiva di italiani dal paese, motivata fondamentalmente dal bisogno lavorativo e di opportunità che l'Italia non garantisce più, è un tema che interroga l'Italia sulle radici del problema. Mentre oggi lo si affronta- perchè è nostro dovere e nostro compito - solo nel momento finale dell'avvenuto trasferimento all'estero, cercando di garantire più diritti, lavoro, integrazione, nelle nuove comunità.

Purtroppo, fino ad oggi l'Italia si è interrogata ben  poco circa le conseguenze dell'emigrazione sullo sviluppo del paese, laddove intere aree finiscono per essere completamente spopolate. Ed ancora, quale sarà il destino della nostra penisola non avendo più a disposizione non soltanto i cosiddetti cervelli ma un'intera generazione.  Sicchè,  quando ci si interroga, giustamente, in Italia su quali politiche adottare per un incremento delle nascite e garantirne il  futuro, il primo tema da affrontare, a mio avviso, dovrebbe vertere su: quali condizioni ricostruire l'Italia perchè non si sia costretti ad emigrare ?

Sarebbe molto importante  spostare, dunque, il dibattito sull'Italia e cominciare a porre le domande 'giuste' al nostro paese sul come utilizzare nuovi strumenti, ad esempio il recovery plan. Soltanto così, noi che ci occupiamo a vario titolo ed esperienze del mondo dell'emigrazione italiana, possiamo aiutare ad affrontare un tema divenuto centrale. Il futuro che avremo d'avanti a noi dopo la pandemia non sarà diverso dagli anni appena trascorsi. Anzi, possiamo dare per scontato che i grandi flussi migratori ripartiranno, ma in maniera meno protetta di prima, perchè il bisogno sarà più forte e, quindi, si andrà via dall'Italia alla ricerca di un lavoro qualsiasi, a qualsiasi condizione.

I flussi degli anni '50 e '60 ,  l'emigrazione del dopoguerra, hanno registrato una grande attenzione politica, sociale, culturale nel nostro paese e noi tutti conosciamo anche la grande produzione artistica nata  intorno al tema, dai film alle tavole di Gianni Rodari, sull'esodo di interi paesi delle zone più interne verso il Nord e verso l'estero. Si percepiva come  una sconfitta per tutti il fatto che nostri concittadini fossero costretti a lasciare la loro terra per andare a lavorare all'estero. Oggi  questa sensibilità manca in Italia, c'è consapevolezza nel mondo fuori dall'Italia, ma non nel nostro Paese.

Come Cgil, come Inca e con la nostra associazione Itaca, ci siamo mossi in tal senso, percependo di non essere soli, perchè c'è un grande impegno nel mondo dell'associazionismo. Penso all'esperienza della Filef, all'impegno di Caritas - Migrantes;  penso al lavoro del Cgie, alle realtà locali dei Comites, ma dobbiamo riuscire a riportare questo tema all'attenzione dell'Italia intera. Nei prossimi mesi sarà opportuno che le varie energie, forze ed intelligenze diffuse che lavorano in quest'ambito ragionino insieme su come attrarre l'attenzione, a partire dalla classe politica italiana, sullo sviluppo  di un paese che deve costruisca le condizioni localmente, nelle realtà del Sud o del Nord, ed addirittura della Capitale. Si, perchè  è la prima volta nella storia dell'emigrazione italiana che emigrano i romani. E dire che nella capitale si pensa sia piu' facile trovar lavoro."

Occorre anche attrarre l'attenzione dei  media nazionali. Alcuni settimanali come l'Espresso, o come alcune trasmissioni di  Radio3 hanno dato vita ad iniziative apprezzabili ma è necessario fare di più. Dobbiamo  stimolare l'attenzione culturale del paese  perchè il fenomeno non venga rimosso, lasciando che i nostri giovani continuino ad emigrare, con una reale perdita di futuro del Paese".  (19/04/2021 -M.F./ITL/ITNET)

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