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ECONOMIA ITALIANA - EXPORT - CONFINDUSTRIA: EXPORT ITALIANO TRA FRATTURE E NUOVE ROTTE:CRUCIALE, PER ITALIA ED EUROPA GESTIONE RAPPORTO CON STATI UNITI E CINA.
(2026-09-17)
FONDAMENTALE per avere un'idea chiara delle attuali dinamiche che muovono i mercati internazionali ed i riflessi sul contesto commerciale italiano è lo studio di GEOECONOMIA presentato dal Centro studi di Confindustria: "Rapporto sull'export italiano tra fratture e nuove rotte".
Il rapporto che contiene informazioni al 7 settembre 2026, ovvero in tempi di "Incertezza, rischi geopolitici e barriere commerciali ai massimi livelli, in cui però gli scambi mondiali crescono a ritmi robusti." Un esempio quanto mai calzante: "Le vendite italiane negli Stati Uniti restano in espansione nonostante siano penalizzate dai dazi. Accelerano gli acquisti dalla Cina nei settori ad alta tecnologia e, contemporaneamente, di prodotti a prezzi stracciati.
Ciò detto, pero', rimane il dilemma - quanto mai importante, "essenziale" per il nostro Paese che fa del commercio estero elemento strategico della situazione economico-finanziaria italiana.
Come navigare, allora, tra correnti che appaiono andare in direzioni contrastanti?
Il commercio globale, costituito prevalentemente da scambi tra imprese di input intermedi e beni strumentali (75% nel 2024), è la cartina di tornasole di profonde divergenze in atto tra le maggiori economie, lungo molteplici dimensioni intrecciate tra loro.
- La prima DIVERGENZA è quella GEOGRAFICA. Tra il 2024 e la prima metà del 2026 il commercio mondiale è aumentato del 9%. Ma nove decimi della crescita dell’export e oltre tre quarti di quella dell’import sono stati generati dall’Asia. Il resto proviene dal continente americano, mentre l’Europa e il resto del mondo hanno offerto un contributo sostanzialmente nullo.
È andata così PERSA LA NARRAZIONE DELLA GLOBALIZZAZIONE COME FATTORE DI CONVERGENZA TRA LE AREE DEL MONDO, eterogenee in termini di specializzazione produttiva e sviluppo economico, sulla quale poggiava l’ordine liberale multilaterale degli scambi. Gli Stati Uniti, fautori e garanti di questo ordine, ne hanno decretato la crisi già a partire dalla prima presidenza Trump.
La crisi del multilateralismo ha rotto la cornice delle relazioni internazionali. La tela degli scambi rimane fitta, ma è a rischio di strappi e lacerazioni. Così come il collasso dell’Unione Sovietica non ha causato la fine della storia ma l’inizio di una nuova fase di instabilità geopolitica ed economica.
La seconda DIVERGENZA È di tipo TECNOLOGICO. La rivoluzione digitale, trainata dall’intelligenza artificiale, ha il potenziale di cambiare in profondità la struttura produttiva internazionale. La crescita dell’import USA e di tutti gli scambi asiatici è concentrata, infatti, in grande maggioranza nella filiera ICT, che è invece assente nella dinamica degli scambi UE. Anche gli scambi globali di servizi ICT sono raddoppiati, in valore, dal pre-Covid.
La leadership nel settore ICT richiede enormi investimenti, privati e pubblici, in innovazione e capitale umano. STATI UNITI E CINA INVESTONO IN R&S MILLE MILIARDI DI DOLLARI A TESTA ALL’ANNO (in parità di potere d’acquisto), i PAESI UE INSIEME SI FERMANO A SEICENTO MILIARDI. Le big five USA dell’ICT (Amazon, Alphabet, Meta, Microsoft e Apple) guidano la classifica delle multinazionali per R&S. La cinese Huawei è sesta, ma è saldamente prima per numero di brevetti, detenendo la quota maggiore di Brevetti Essenziali per il 5G. Per la UE solo le grandi case automobilistiche tedesche (Volkswagen e Mercedes) compaiono nelle prime venti posizioni.
Il China shock 2.0 è caratterizzato dalla pervasività della potenza manifatturiera cinese. La Cina compete con gli Stati Uniti nelle nuove tecnologie, primeggiando nell’hardware ICT, e resta leader nei settori tradizionali a basso costo: mobili, abbigliamento e prodotti tessili, pelle e calzature, assemblaggio elettronico, metalli di base e altri prodotti manifatturieri negli ultimi anni hanno continuato a guadagnare quote di mercato.
La terza DIVERGENZA, che fa leva sulle prime due, è quella GEOPOLITICA. Si è ampliata la distanza nella politica estera degli Stati Uniti con il resto del mondo, compresi gli alleati storici. Secondo un indice di rischio geopolitico, nel 2026 le tensioni USA-UE hanno superato quelle tra Stati Uniti e Russia, raggiungendo lo stesso livello di quelle USA-Cina.
In base a un’analisi del Centro Studi Confindustria, la distanza geopolitica assume un’IMPORTANZA CRESCENTE per spiegare la dinamica degli scambi tra paesi, soprattutto dei beni più facilmente sostituibili.
Il FATTORE GEOPOLITICO È L’INNESCO CHE TRASFORMA LE DIVERGENZE GEOGRAFICHE E TECNOLOGICHE IN DIPENDENZE CRITICHE E VULNERABILITÀ INDUSTRIALI. Gli scambi con l’estero diventano anche una leva di coercizione (trade weaponisation), per influenzare le scelte di policy dei paesi più dipendenti. Di conseguenza, l’Europa non può più permettersi solo di godere dei vantaggi della specializzazione ed essere semplice utilizzatrice di paradigmi tecnologici sviluppati nel resto del mondo.
L’impennata delle barriere agli scambi globali (oltre 2.200 nuove misure nella prima metà del 2026, massimo storico), trainata dagli Stati Uniti, si spiega così non solo in termini di difesa dei settori domestici a rischio ma anche come leva per ottenere vantaggi in settori strategici, come IA, difesa ed energia. Non è casuale che un aumento più marcato delle policy protezionistiche sia avvenuto tra coppie di paesi geopoliticamente più distanti.
Contestualmente sono aumentati gli interventi di politica industriale, per ridurre le dipendenze e aumentare la resilienza delle filiere strategiche. Mentre gli Stati Uniti concentrano gli interventi in pochi settori (come acciaio e ghisa) e la Cina li indirizza verso la manifattura avanzata, l’Unione europea utilizza programmi di natura trasversale (come NextGenerationEU e l’Innovation Fund). L’Italia, in particolare, si caratterizza per una politica industriale prevalentemente orizzontale (non settoriale).
QUAL'È STATO L’IMPATTO DELLE TRAIETTORIE MONDIALI DIVERGENTI PER GLI SCAMBI ITALIANI?
L’industria italiana può contare su una forte diversificazione geografica e merceologica degli scambi e su una comprovata capacità di riorientare velocemente vendite e acquisti lungo le filiere internazionali. Ciò non la protegge, però, dalle vulnerabilità extra-UE, condivise con il resto dell’industria europea.
Dal pre-Covid è AUMENTATO IL PESO DEGLI STATI UNITI, SIA COME DESTINAZIONE CHE COME ORIGINE degli scambi italiani, e della CINA, COME FORNITORE. Nel complesso, oltre un DECIMO DELLE VENDITE ALL’ESTERO È DIRETTO NEGLI USA (10,8% nel 2025, +1,3 punti percentuali sul 2019) e oltre UN DECIMO DEGLI ACQUISTI PROVIENE DALLA CINA (10,2%, +2,8 punti). I paesi UE mantengono centralità, assorbendo oltre la metà degli scambi in uscita e in entrata.
La crescita degli scambi italiani nel 2025 è stata sostenuta dalla farmaceutica diretta verso gli Stati Uniti, dal lato delle esportazioni, e da prodotti farmaceutici e autoveicoli provenienti dalla Cina, dal lato delle importazioni. La crescita è quindi fortemente concentrata in pochi comparti e mercati.
Esemplare è il caso dei dazi USA. La filiera farmaceutica, minacciata da forti aumenti tariffari ma rimasta in larga parte indenne, spiega l’espansione degli scambi oltreoceano. Invece, molti comparti manifatturieri hanno subito perdite pesanti delle vendite negli USA nella prima parte del 2026 (autoveicoli, metalli di base, mobili, computer e prodotti di elettronica, bevande, prodotti chimici). In base a un’analisi del Centro Studi Confindustria, allo shock tariffario è associato, in media, un calo fino al 9% dopo nove mesi degli acquisti di prodotti italiani negli USA.
Il vero rischio, nel medio-lungo periodo, è la perdita di importanti attività manifatturiere, qualora diventi più conveniente trasferire negli Stati Uniti parte delle filiere produttive, soprattutto nelle fasi più a valle.
Per quanto riguarda la Cina, l’aumento della quota cinese nell’import italiano ha seguito il doppio canale del China Shock 2.0: beni ad alta tecnologia, soprattutto, e numerosi prodotti a prezzi ridotti.
Dei circa 53 miliardi di euro di acquisti dalla Cina nel 2025, infatti, quasi 21 vanno in prodotti con valori medi unitari elevati e in forte crescita (più che triplicati dal 2019). Altrettanti, invece, vanno in beni a valore unitario basso e in calo dal 2019 (nonostante l’inflazione), che registrano però un forte aumento dei volumi. Inoltre, dal pre-Covid la quota della Cina nelle importazioni italiane di prodotti tecnologicamente avanzati è più che raddoppiata (dal 14,2% nel 2019 al 34,8% nel 2025), conquistando posizioni non solo nell’ICT ma anche nelle biotecnologie e nelle life sciences.
La crescente presenza di prodotti cinesi nelle importazioni italiane non si traduce automaticamente in una perdita di competitività internazionale della manifattura italiana. Esistono, anzi, casi in cui il boom dell’export è stato accompagnato da un rafforzamento delle connessioni con la Cina. Viceversa, l’invasione di autoveicoli elettrici a prezzi fuori mercato ha contribuito a trascinare in crisi profonda un settore di punta dell’industria italiana ed europea (anche in termini di ricerca e sviluppo). Una crisi che, comunque, ha radici riconducibili alla mancanza di una chiara visione industriale europea e a scelte strategiche e tecnologiche che hanno indebolito la competitività del settore.
Nel complesso, un’analisi del Centro Studi Confindustria a livello delle province italiane mostra che, almeno fino al 2023 (ultimo dato disponibile), una maggiore specializzazione sia con il mercato di destinazione USA che con il mercato di origine cinese è associata a una migliore performance dell’export provinciale.
Infine, la RICONFIGURAZIONE DEGLI SCAMBI ITALIANI si riflette anche nella composizione delle dipendenze industriali critiche tra il periodo pre-Covid (2015-2019) e il post (2020-2024), che SI SPOSTA VERSO UNA QUOTA PIÙ INDUSTRIALE-MANIFATTURIERA E MENO LEGATA ALLE MATERIE PRIME ENERGETICHE. Le dipendenze si orientano infatti sempre più verso gli Stati Uniti, primo fornitore critico in termini di quota in valore (24%), trainati dal comparto farmaceutico, e verso la Cina, secondo fornitore in valore ma primo in numerosità (27%), soprattutto per gli input strategici legati all’elettronica e all’elettrificazione.
COME RISOLVERE QUESTE APPARENTI CONTRADDIZIONI, derivanti dalla crescente complessità delle dinamiche economiche e politiche internazionali?
In primo luogo, occorre INTENSIFICARE IL RICORSO A NUOVI ACCORDI E PARTNERSHIP COMMERCIALI, per diversificare i mercati di origine e sbocco e ridurre le dipendenze critiche.
La UE È GIÀ LEADER NEGLI ACCORDI INTERNAZIONALI, non solo numericamente (47 in corso), ma per qualità e completezza degli ambiti trattati. Il suo peso manifatturiero, pur non accompagnato da un analogo peso politico, le conferisce la capacità di svolgere un ruolo centrale tra quelle “medie potenze” che, secondo il primo ministro canadese Carney, possono agire insieme per contribuire alla costruzione di un nuovo ordine Mondiale.
In una fase in cui gli stessi principi base di reciprocità e non discriminazione vacillano, GLI ACCORDI COMMERCIALI RAPPRESENTANO LO STRUMENTO CHE PIÙ SI AVVICINA A UN QUADRO DI REGOLE CONDIVISE. È una leva cooperativa, che richiede un grande lavoro PER VINCERE RESISTENZE CONSOLIDATE, ma ottiene il risultato di moltiplicare i vantaggi dell’apertura commerciale (in fisica, una cosiddetta “leva svantaggiosa”). Inoltre, ha il potere di DISINNESCARE LA LEVA OPPOSTA, DI TIPO COERCITIVO, DELLE BARRIERE AGLI SCAMBI, che permette alle grandi potenze di raggiungere risultati negoziali con poco sforzo (una “leva vantaggiosa”) ma con effetti negativi, a catena, sul sistema delle relazioni internazionali.
Questa strategia è corroborata da fattori strutturali e demografici che puntano, in prospettiva, a uno SPOSTAMENTO DEL BARICENTRO DELLA CRESCITA ECONOMICA VERSO NUOVE AREE DEL MONDO: INDIA, AMERICA LATINA, PAESI ASEAN, AFRICA SUBSAHARIANA.
L’EXPORT ITALIANO, in particolare, TENDE A BENEFICIARE IN MISURA MAGGIORE DEGLI ACCORDI COMMERCIALI, grazie a una specializzazione nei settori in cui la riduzione dei dazi è generalmente più ampia. A ciò si aggiunge la struttura del tessuto produttivo nazionale, caratterizzato da una forte presenza di piccole e medie imprese, particolarmente avvantaggiate dalla rimozione delle barriere tariffarie e, soprattutto, non tariffarie.
Per quanto riguarda l’accordo UE-Mercosur, la maggiore specializzazione dell’Italia, rispetto alla media UE, in settori quali automotive, ICT e apparecchiature elettriche, mobili e prodotti in metallo, ne accresce il potenziale beneficio dall’apertura dei mercati.
I primi dati vanno in questa direzione: nei primi due mesi di applicazione dell’accordo, maggio e giugno 2026, le esportazioni italiane verso l’area sono cresciute del 12,9% rispetto allo stesso periodo del 2025, più del doppio dell’aumento registrato verso l’insieme dei paesi extra-UE (+5,5%). Anche per quanto riguarda l’accordo UE-India, le imprese italiane mostrano una maggiore specializzazione rispetto alla media europea nei settori che beneficeranno di una forte riduzione delle aliquote tariffarie, quali macchinari, chimica, farmaceutica e metalli di base.
Infine, tra le direttrici che negli ultimi anni hanno sostenuto la crescita dei prodotti italiani sui mercati esteri, i paesi del Golfo hanno assunto un ruolo sempre più rilevante: tra il 2019 e il 2025 le vendite sono aumentate del 76%, oltre il doppio rispetto al totale extra- UE (+33%). Tra le pesanti conseguenze economiche del conflitto tra Stati Uniti e Iran (riduzione dell’offerta di petrolio e gas, impossibilità di transito nello stretto di Hormuz, importante choke point per i prodotti energetici, aumento dei costi di trasporto) non è ultima la caduta delle vendite italiane nei paesi del Golfo, pari a -31% a marzo-giugno 2026 rispetto allo stesso periodo del 2025.
In secondo luogo, OCCORRE RAFFORZARE LE POLITICHE INDUSTRIALI EUROPEE, non solo di tipo orizzontale ma anche verticale, con un focus sulle filiere strategiche, sia per aumentare l’autonomia e ridurre le vulnerabilità che per sostenere i settori a maggiore specializzazione e assumere un ruolo di leader nelle nuove tecnologie. Evitando, inoltre, eccessive regolamentazioni che ostacolano la competitività delle proprie industrie di punta, come l’automotive.
È importante notare come l’obiettivo della POLITICA INDUSTRIALE DEBBA ESSERE DIFFERENTE DAL RIPORTARE IN ITALIA O IN EUROPA LA TOTALITÀ DELLE PRODUZIONI: NON È NÉ REALISTICO NÉ EFFICIENTE. La resilienza ha un costo, le risorse pubbliche sono per definizione limitate, e anche se ci fossero le risorse non tutte le supply chain sono replicabili. Occorre dunque individuare le filiere prioritarie sulla base di criteri espliciti e, allo stesso tempo, continuare a puntare sulla leva costruttiva del commercio estero, alla ricerca di nuovi mercati di specializzazione.
RIMANE CRUCIALE, PER L’ITALIA E L’EUROPA, LA GESTIONE DEL RAPPORTO CON LE DUE POTENZE MONDIALI: STATI UNITI E CINA. Rafforzare politicamente l’Unione europea appare essenziale per fronteggiare la potenza americana. Rispetto alla Cina, difficile pensare che le relazioni possano mantenere l’assetto attuale perché i rapporti tecnologici e industriali appaiono decisamente sbilanciati. Verosimilmente occorrerà utilizzare le leve citate in precedenza: partnership e politiche industriali.
La crisi della governance mondiale degli scambi richiede un immediato cambio di passo. Il termine stesso di “crisi”, dal greco antico, significa scelta, decisione. In mancanza di scelta, invece, la crisi si trasforma e diventa declino: geopolitico, tecnologico, industriale e, in conclusione, sociale.(17/09/2026-ITL/ITNET)
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