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PATRONATI ITALIANI NEL MONDO - RICONGIUNGIMENTI - PICCININI (COORD.POL.MIGRATORIE INCA CGIL): "PROGETTO FORMA: STIAMO COMPRENDENDO ASSIEME A FAMIGLIE IMMIGRATI LEGALI IN ITALIA ALTO VALORE FORMATIVO"

(2018-06-06)

  Sono trascorsi poco piu' di sei mesi dal varo del Progetto Forma realizzato con l'impegno dei Patronati sindacali INAS-CISL, ITAL-UIL e Patronato ACLI- a vantaggio della  riqualificazione dei ricongiungimenti familiari.
Il Progetto patrocinato da tre Ministeri , Welfare, Interni ed Esteri è indirizzato ai cittadini regolarmente residenti in Italia provenienti da dieci Paesi stranieri - Albania, Cina, Egitto, Ecuador, Marocco, Moldavia, Perù, Senegal, Tunisia e Ucraina.

Un progetto “sperimentale” ma che  recepisce appieno l'esperienza di un sistema, quello dei Patronati, fortemente impegnati sul piano sociale a tutela dei diritti soggettivi, e di un Paese, come l'Italia, che ha vissuto e vive ancora con grande intensita' i processi migratori dei propri giovani,  anche se non in termini drammatici come per il passato.
Un progetto, pertanto, di grande incisività sia sul piano dell'approccio metodologico che operativo per una reale integrazione degli immigrati regolari nel nostro Paese.  Un “modello italiano” a fronte di modelli, anche europei, che non sempre hanno risposto in termini positivi.

Ad offrirci diverse occasioni di riflessione sugli sviluppi del progetto Forma, di cui è capofila il Patronato INCA CGIL, è Claudio Piccinini, Coordinatore – in particolare per l'Immigrazione – dell'Area Migrazione e Mobilità Internazionale

“Siamo in una fase in cui stiamo finalmente apprezzando i risultati che ci attendevamo, sono risultati che si basano su feedback che otteniamo dalle persone che si rivolgono a noi nei nostri uffici in Italia, e che spesso tornano anche solamente per ringraziarci dell'ottimo supporto offerto alle famiglie e delle informazioni ricevute circa il loro percorso di integrazione in Italia.”
Un riconoscimento forte, dunque,  sia “sull'azione di progetto”, sia sul “sistema di tutela integrata” nell'intero percorso del ricongiungimento familiare che parte dal richiedente in Italia per  proseguire nei confronti della famiglia ricongiunta in Italia. E che  prosegue nella tutela  dei diritti della famiglia tramite gli uffici di patronato in Italia.

Un progetto che potrebbe registrare un ampliamento degli Stati cui sono interessati le comunità straniere presenti in Italia. Piccini parla di un “obiettivo molto auspicabile” nella prossima edizione di Progetto Forma. Ma fa anche rilevare che allo stato attuale si tratta di un progetto molto vasto “Ora  lavoriamo su dieci paesi diversi, che hanno le loro complessità intrinseche” e se “ pensiamo, per esempio alla Cina, stiamo parlando di un continente; consideriamo le difficoltà di movimento e di  spostamento in Paesi come il Marocco, il Perù,  dove esistono situazioni per cui è difficile far fronte alle attività di progetto. Nello stesso Senegal  molte delle persone che partecipano al progetto Forma  provengono da città come Thiès, Touba (ndr.seconda citta')  località molto distanti e difficili da raggiungere per carenza di trasporti pubblici.”

Quanto ai  tempi di realizzazione del progetto ?.

“Il progetto inizia nel momento in cui prendiamo in carico le persone richiedenti il  ricongiungimento familiare, quelle che ricontattiamo in casi in cui si prevedono maggiori difficoltà, le persone che hanno presentato nei mesi precedenti l'istanza di ricongiungimento familiare. Questo avviene  perché nonostante il decreto Minniti fissi a 90 giorni l'intervallo di tempo per la concessione del nulla osta, in realtà  i tempi di concessione del Nulla osta  per il ricongiungimento familiare da parte delle Prefetture sono molto vari, anche perchè ci sono  situazioni di fatto che dai 4 o 5 mesi previsti ad un raddoppio dei tempi. Questo significa che quando la persona firma l' adesione al progetto,  dovremmo poter contattare i familiari, ma in realtà possiamo informarli  soltanto nel momento in cui è stato concesso il nulla osta per il ricongiungimento familiare dalla prefettura”. Il che – spiega l'esponente del Patronato INCA CGIL -  ha rallentato in questi mesi l'avvio delle procedure operative di contatto dei familiari. Ora stanno andando a  maturazione le domande presentate nei primi mesi dell'anno e quindi il nostro portafoglio di persone da formare si è decisamente allargato comprendendo anche quelle domande che erano in attesa del nulla osta. Altrettanto avverrà per i mesi futuri. “ Questo discorso della tempistica è molto importante – puntualizza Piccinini - perché si incrocia anche con i tempi di concessione del visto da parte degli uffici consolari all'estero, che  hanno tempi differenti. Un lavoro complicato perchè non abbiamo una situazione omogenea sul territorio italiano e non l'abbiamo nei paesi all'estero, per cui cerchiamo di provvedere alla programmazione dei corsi coerentemente con le situazioni che ci troviamo a gestire di volta in volta.”

“Quanto tempo richiede la formazione?

“La formazione dura 10 ore, cadenzate in tre momenti, che coincidono principalmente con la presa in carico della persona per la costruzione del fascicolo necessario per l'ottenimento del visto; il momento  in cui i documenti sono pronti e si procede alla presentazione dell'istanza presso l'agenzia per i visti o direttamente al Consolato; l'ultimo momento coincide con il rilascio del visto. In queste tre occasioni in cui le persone devono spostarsi dai loro paesi di residenza, noi inseriamo il processo formativo”.
Ma c'è di piu' . “Stiamo scoprendo grande interesse sulla formazione vera e propria. Gli interessati chiedono  in modo pressante una quantità enorme di informazioni sulla situazione in Italia, su come si troveranno, quali sono le aspettative che potranno raggiungere, come potranno fare a coniugare alcune condizioni culturali che potrebbero non essere compatibili con le situazioni che andranno a gestire. E tutto ciò  sta piano piano mettendo in  luce l'alto valore del  progetto FORMA.”

Piccinini riporta nell'intervista (video on line  ) elementi importanti della consulenza formativa richiesta sulla diversa quotidianità  e le possibili criticità che le famiglie si troveranno  a vivere e in un contesto sociale e culturale completamente diverso da quello originario,  a cominciare dalla convivenza delle coppie, per proseguire con il maggior impegno richiesto  nell'educazione dei figli,  il loro rapporto con il sistema scolastico multietnico, con lo sport;  ma anche il beneficio di un sistema sanitario aperto e per lo più gratuito, come lo è quello scolastico. Questioni che videnziano il “pro e contro” della decisione che stanno assumendo con l'ingresso in Italia.

Azioni di formazione che assieme ai ringraziamenti da parte di queste persone, evidenziano il valore di questo progetto in termini di integrazione che nemmeno i promotori  pensavamo di poter raggiungere.  “Eravamo rimasti – stigmatizza l'esponente del Patronato INCA, capofila del Progetto Forma -  ad un impianto di tipo tecnico, all'ipotesi dei modelli, delle griglie, dei tempi orari, senza renderci conto che nel momento in cui incontri le persone sono loro che ti guidano, al di là della formazione linguistica che facciamo, al di là dell'insegnamento dei contenuti socioculturali. Sono loro che ti guidano chiedendoti ciò che gli serve e questo arricchisce anche noi, perché ci permette di affinare al meglio  le informazioni che dobbiamo fornire loro”.

“E' un processo che offre loro maggior sicurezza o permane la paura ?

“Noi registriamo un'estrema paura e timore di fronte al progetto migratorio cui tendono” afferma l'esponente del Patronato della CGIL. “Vivono in modo predominante la prospettiva di riunificarsi con i loro cari ma, nel contempo, sono impauriti da quella stessa realtà in cui si troveranno a vivere sia in famiglia che fuori del contesto familiare. Per cui il  lavoro di informazione di illustrazione ,  discussione e  scambio su ciò che si troveranno a vivere aumenta il loro livello di sicurezza e di tranquillità, per un ingresso in Italia più consapevole”. 

Si evidenziano in questo processo “di apprendimento” si evidenziano delle  differenze a livello di nazionalità ?

“Questa dicotomia tra volontà di  riunirsi e paura del nuovo è una costante che riguarda tutti ed ha riguardato anche gli italiani ai tempi delle migrazione storica, ma avviene anche ora” fa presente il coordinatore dell'Area Politiche migratorie. “E' , quindi,  una costante del processo migratorio.
Ovviamente abbiamo diverse sensibilità, che nascono dalla cultura dei paesi dai quali provengono. Ed altrettanto ovviamente  abbiamo risposte diverse dall'Est Europa o dalla Cina rispetto a persone che vengono dal Senegal,  dalla Tunisia o dal Perù.. In questo senso sta il  vantaggio di aver costruito il “modello formativo” sulla base delle risorse umane che vivono sul posto. Persone che conoscono bene la cultura locale,  ma  nel contempo conoscono bene anche la società italiana e l'ambiente in cui vivranno. Permette di declinare al meglio i processi formativi a seconda dei paesi cui appartengono gli immigrati.”.

Qual'è  il livello culturale e sociale dei soggetti che decidono di affrontare questo percorso ?

“Abbiamo un'estrema varietà di soggetti:  si va dai minori in età scolare (bambini di 6, 7 anni) che hanno bisogno di una formazione più profilata. Abbiamo persone che hanno un'istruzione media,  persone che hanno una'istruzione alta e  che a volte vengono da noi semplicemente per una conferma rispetto al loro livello di conoscenza, ad esempio, della lingua italiana. Ma abbiamo anche  persone che non hanno scolarità, sono analfabeti, e questo crea un ulteriore problema rispetto alla formazione.
Abbiamo persone anziane, che hanno bisogno di attenzioni particolari,  e questo in generale complica l'attività di progetto perché soprattutto in alcuni paesi noi ci troviamo di fronte alla necessità di dover andare noi incontro alle persone e non il contrario. Per cui  spesso siamo noi  a doverci trasferire o nel paese o  addirittura a casa di queste persone, perché sono impossibilitate per ragioni culturali a muoversi da casa. E questo è, ovviamente, molto apprezzato. Sta a noi fare in modo che si stemperino il più possibile taluni  motivi di conflitto o di contrasto con la nostra società.” sottolinea Piccinini.

Emergono difficoltà nei rapporti di genere....o per questioni di religione...?

“ A  noi non risulta, o meglio, sono elementi di contesto che ovviamente siamo chiamati a tenere in considerazione nel momento in cui avviamo la formazione. È inutile aspettarsi un'eccessiva emancipazione in situazioni che sono particolarmente legate alla realtà in cui operiamo.
Però è anche vero che le persone che avviciniamo sono molto interessate a quello che potrebbe essere un percorso di emancipazione in una condizione sociale differente rispetto a quella di partenza. E questo, probabilmente, è un valore implicito che va riconosciuto al progetto, ma che non necessariamente deve far parte del bagaglio di obiettivi che non sono stati inseriti nel progetto”. E Piccinini fa presente “  Nel momento in cui  tu fornisci sicurezza, consapevolezza;  elimini alcune paure; fornisci gli strumenti per una vita serena nel paese che li ospiterà, automaticamente crei le condizioni perché ci sia un salto di qualità anche sul piano dell'emancipazione.
E non parlo solo delle donne, ma anche degli uomini, dei ragazzi, di chiunque si trova in una situazione culturalmente differente ed  ha l'opportunità di perseguire anche questo obiettivo” .

Qual'è, secondo lei,  il valore dell'informazione, dell'attualità - attraverso i media, ad esempio - nella decisione che devono assumere di

“ Dobbiamo dire che evidentemente chi si avvicina a noi, non dico che vive  una condizione di privilegio, ma poco ci manca !  Nel senso che i familiari oggetto del Progetto di ricongiungimento  si trovano nelle condizioni di poter entrare in un altro paese con i documenti, con un percorso garantito, con un accesso ai servizi di quel paese con piena titolarità.. Si tratta - come sappiamo - di uno dei pochi presidi per l'ingresso legale in Italia, visto che dal 2011 i nostri governi non hanno provveduto a fissare le quote per i visti di ingresso per il lavoro subordinato. In alternativa i percorsi che in molti paesi sono a disposizione sono quelli  illegali, che comportano rischi, problemi, fatica”

Ciò detto, le informazioni che arrivano non sono troppo distorte rispetto alla realtà. Sono informazioni che provengono dai familiari, dalle famiglie di altre persone che ci hanno provato, che hanno intrapreso la rotta libica, oppure che hanno fatto l'esperienza del viaggio turistico per poi rimanere in modo illegale in Italia. Quindi non è vero che non ci sia informazione, o che tutti pensino che l'Europa sia un miraggio, anche perché gran parte dei rifugiati, degli asilanti non vengono in Europa, ma si spostano nei paesi limitrofi, come il Ciad, il Pakistan. Tutte condizioni che affievoliscono il distacco dal proprio paese.
In Europa, a nostro avviso, sono davvero pochi quelli che rappresentano la cosiddetta invasione. Quindi sono esperienze che non rimangono nel territorio europeo, ma ritornano anche nei paesi di origine.
Di certo, tuttavia, le condizioni di vita che esistono in molti paesi, non essendo condizioni che consentono il pieno sviluppo della personalità e della vita umana - vuoi per mancanza di lavoro,  condizioni climatiche o per motivi politici - obbligano molte persone a spostarsi.”

In buona sostanza “Quella del ricongiungimento familiare è una condizione di  privilegio !”. conclude Claudio Piccinini (06/06/2018-  Maria Ferrante.- ITL/ITNET)






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