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LAVORO - IV RAPPORTO SALARI IRES-CGIL -MEGALE:(PRES.IRES):" SALARI NETTI FERMI DA 15 ANNI. IL FISCO HA MANGIATO I POCHI GUADAGNI DI PRODUTTIVITA'".

(2009-03-27)

  Agostino Megale, Segretario Confederale Cgil e Presidente dell?Ires, insieme al pool di economisti che hanno collaborato al rapporto di ricerca (Lorenzo Birindelli, Giuseppe D?Aloia, Riccardo Sanna, Riccardo Zelinotti), con il commento e le elaborazioni del Professore di Economia del lavoro Riccardo Leoni dell?Universit? degli studi di Bergamo, alla presenza del Segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, come ogni anno, sin dal 2002, presenta l?aggiornamento dell?analisi su salari e produttivit?.

  Il dato pi? significativo di questo quarto rapporto emerge dall?analisi dei salari nel periodo 1993-2008: elaborando i dati Istat nei passati 15 anni i lavoratori dipendenti hanno lasciato al fisco 6.738 euro cumulati (in termini di potere d?acquisto), poich? le retribuzioni nette sono cresciute 3,5 punti in meno (4,2 punti in meno per un lavoratore senza carichi familiari) delle retribuzioni di fatto lorde. Lo Stato ha dunque beneficiato di circa 112 miliardi di euro, tra maggiore pressione fiscale e fiscal drag.

  Le retribuzioni contrattuali hanno sostanzialmente mantenuto il potere d?acquisto e le retribuzioni di fatto sono cresciute di 5,9 punti oltre l?inflazione. Purtroppo per? i salari netti sono rimasti fermi. Quindici anni di crescita zero dei salari netti mentre i prezzi aumentavano. L?inflazione infatti ? cresciuta del 41,6%, le retribuzioni contrattuali del 41,1% mentre le retribuzioni di fatto del 47,5% (+0,4% annuo oltre la retribuzione
contrattuale e l?inflazione). Dal 1993 al 2008 le retribuzioni nette sono cresciute (+43,3% per il lavoratore single e +44,0% per il lavoratore con carichi familiari) meno delle lorde (+47,5%).

  Il fisco dunque ha mangiato i pochi guadagni di produttivit?. La contrattazione ? importante ma da sola non basta! Serve una nuova politica dei redditi. La simulazione dell?applicazione dell?Accordo separato del 22 gennaio scorso, dal 1993 al 2008, in aggiunta alla perdita fiscale i lavoratori avrebbero perso altri 6.587 euro cumulati di potere d?acquisto. Negli altri capitoli del rapporto viene sottolineata l?importanza della questione salariale, ricordando che l?Ires-Cgil, sin dai primi anni Duemila, ha analizzato le dinamiche retributive e reso evidenti le difficolt? dei salari. Secondo i ricercatori dell?Ires-Cgil, principale causa e al tempo stesso conseguenza della crisi ? proprio la caduta della quota distributiva del lavoro sul reddito nazionale.

  Anche i dati sulla dinamica dei profitti delle maggiori imprese industriali italiane (campione Mediobanca) indicano che dal 1995 al 2006 i profitti netti sono cresciuti di circa il 75% a fronte di un incremento delle retribuzioni (nelle imprese di medesima dimensione) pari a solo il 5,5%. La caduta della quota del lavoro sulla ricchezza nazionale e l?aumento di quella dei profitti (dagli anni Ottanta) hanno determinato una caduta della domanda interna che ? stata surrogata da un?espansione della domanda fondata sull?indebitamento delle famiglie, quella che Bauman ha chiamato ?l?economia delle carte di credito?.

In Italia, il rapporto tra debito (mutui, credito al consumo, etc.) e reddito medio lordo delle famiglie ha raggiunto il 50% (circa 17 punti in pi? dal 2001 al 2008): circa 15.900 euro annui di debiti in una famiglia di lavoratori dipendenti, rappresentati per il 79,4% da immobili abitativi per il resto da debiti per consumi e per attivit? lavorative. Le disuguaglianze alle origini della crisi che stiamo attraversando riguardano soprattutto
lavoratori dipendenti e pensionati. Nella crisi queste disuguaglianze non potranno che accentuarsi. Gi? oggi, l?Italia risulta il sesto paese ?pi? diseguale? tra i paesi Ocse nella distribuzione del reddito. Secondo i dati elaborati dall?Ires-Cgil sulle dichiarazioni dei redditi
presso i CAAF Cgil circa 13,6 milioni di lavoratori guadagnano meno di 1.300 euro netti al mese. Circa 6,9 milioni ne guadagnano meno di 1.000,
di cui oltre il 60% sono donne. Infine, oltre 7,5 milioni dei lavoratori in pensione guadagna meno di mille euro netti mensili.

  In tutto ci?, il reddito disponibile familiare tra il 2002 e il 2008 registra una perdita di circa 1.599 euro nelle famiglie di operai e 1.681 euro nelle
famiglie con ?capofamiglia? impiegato, a fronte di un guadagno di 9.143 euro per professionisti e imprenditori. Nella crisi, infatti, un lavoratore inCassa integrazione a ?zero ore? per un mese vede il suo stipendio passare dai 1.320 euro netti in busta paga ad appena 762 euro; una lavoratrice in CIG, sempre a zero ore, con uno stipendio mensile di 1.100 euro netti passer? a 634 euro netti. Per capire il perch? della scelta della Cgil di sostenere occupazione, redditi e investimenti ? sufficiente pensare se quei due lavoratori sono sotto lo stesso tetto! E ancora, se il figlio in collaborazione perde il posto e si trova senza reddito! Se a perdere il posto ? un lavoratore dipendente, ma dei servizi, ad esempio del commercio, se ? e solo se ? ha i requisiti per l?indennit? di disoccupazione, potr? ottenere un sostegno di 462 euro, contro il suo salario mensile netto di 1.155 euro.

  Dall?analisi dei dati Istat, inoltre, emerge come le retribuzioni di fatto dal 2002 al 2008 abbiano accumulato una perdita del potere d?acquisto pari a - 2.467 euro di cui circa 1.182 euro di mancata restituzione del fiscal drag. Ci? nonostante abbiano recuperato buona parte della perdita di potere d?acquisto generata nel 2002 e nel 2003 causata da un?inflazione programmata met? di quella effettiva. In ogni caso, la mancata restituzione del fiscal drag ha portato 3,6 miliardi in pi? nelle casse dello Stato solo nel 2008. Tra il 1993 e il 2008 su una crescita complessiva di 14,3 punti percentuali della produttivit? dell?intera economia in termini reali da redistribuire, solamente 3,8 punti sono andati al lavoro. In sostanza Solo il 27% della produttivit? reale ? andata al lavoro.

  I dati sui confronti internazionali confermano l?insistenza di una questione salariale tutta italiana, in cui le retribuzioni nette italiane (a parit? di potere d?acquisto) risultano inferiori di 12 punti rispetto a quelle spagnole, di 29 punti rispetto a quelle dei francesi, ben 43 punti rispetto a quelle tedesche, 56 punti rispetto ai salari dei lavoratori degli Stati Uniti, fino ad arrivare a meno della met? di quelle dei lavoratori inglesi. Nel periodo 1993-2007,rispetto alla crescita reale delle retribuzioni lorde dei lavoratori spagnoli del 10% (1.700 euro), dei lavoratori tedeschi (4.000 euro) e americani (3.400 euro) del 13%, dei francesi del 23% (4.000 euro) e degli inglesi del 29% (8.300 euro), le retribuzioni italiane sono cresciute solo del 4% (appena 750 euro). La produttivit? di questi paesi, d?altronde, ? nettamente pi? alta di quella italiana, ad eccezione delle medie imprese, in cui siamo i primi (escludendo il Regno unito) tra i paesi industrializzati europei. Ad ogni modo, escludendo le piccole imprese dai raffronti sulla produttivit?, i differenziali con gli altri paesi si riducono radicalmente. Se avessimo la stessa dimensione media d?impresa della Germania i differenziali di produttivit? si ridurrebbero dall?attuale 32,2% al 4,5%. Se avessimo la stessa dimensione media d?impresa
della Francia i differenziali di produttivit? si ridurrebbero dall?attuale 26,5% al 7,5%.

  Proseguendo nell?analisi dei dati sui salari, il raffronto tra la retribuzione di un dirigente privato e quella di un operaio o un impiegato medio, tra il 2002 e il 2008, segna una forbice di quasi 7 punti a favore del dirigente. Il confronto diventa ancora pi? interessante se si misura la dinamica dei compensi dei primi 100 manager italiani: la crescita di questi redditi conta 38 punti in sette anni, portando i livelli dei compensi mediamente 100 volte oltre i livelli medi dei lavoratori dipendenti. Con il compenso dei 100 Top manager si possono pagare infatti i salari di 10.000 lavoratori.
Ora, di fronte a questo scenario, le misure messe in campo dal governo per fronteggiare la crisi appaiono assolutamente insufficienti. Siamo gli ultimi tra i principali paesi industrializzati in termini di misure anti-crisi. Nonostante, peraltro, i 45 miliardi annunciati per il 2009-2010, il governo italiano ha messo a disposizione in bilancio una spesa di soli 16,8 miliardi di euro contro la crisi: come misure fiscali di stimolo alla crescita per il 2009 appena 3,2 miliardi tra bonus famiglie, social-card e decreto ?salva-consumi?; 12 miliardi di ?Tremonti bond? senza ancora i decreti attuativi dei 40 miliardi previsti a dicembre 2008 per le banche. Resta inoltre l?incertezza sulle risorse per gli ammortizzatori sociali.

  Eppure nel 2008 l?aumento tendenziale delle entrate complessive (+1,1%) ? dovuto principalmente all?incremento dell?8,1% (9 miliardi) delle entrate da lavoro dipendente per effetto dei rinnovi contrattuali e soprattutto della mancata restituzione del fiscal drag (3,6 miliardi). Al contrario, dagli ultimi dati sulle entrate dello Stato, si registra una pesante riduzione del gettito IVA da scambi interni del -2,7%, nonostante la variazione nominale dei consumi del 3,4%. La perdita di entrate IVA risulta cos? di circa 5 miliardi di euro, presumibilmente ascrivibile all?allentamento delle misure di contrasto all?evasione.Ripresa dell?evasione dovuta ad esempio alla soppressione a giugno 2008 dell?obbligo di allegare alla dichiarazione IVA gli elenchi clienti/fornitori; oppure all?abolizione della norma che portava il limite di emissione di assegni trasferibili a 5.000 euro, ripristinando il vecchio limite (12.500). La lotta contro l?evasione va rilanciata. Per questo chiediamo di portare a 1.000 euro il limite per l?emissione di assegni trasferibili e di ripristinare l?obbligo dell?elenco clienti/fornitori.

  Per uscire dalla crisi si conferma la necessit? di attivare un tavolo tra governo e parti sociali per dare priorit? alla difesa dell?occupazione, al rilancio di una politica di investimenti e a un forte e pieno sostegno ai redditi da lavoro e da pensione attraverso il fisco. Mettere al centro la difesa dei posti di lavoro, con l?impegno a non effettuare licenziamenti nel biennio 2009-2010 e ad estendere e migliorare gli ammortizzatori sociali (Proposta Cgil 18 marzo 2009, Interventi a sostegno dell?apparato produttivo, dell?occupazione e al reddito), a partire dal passaggio da 52 a 104 settimane l?utilizzo della CIG ordinaria, dai contratti di solidariet?, dal sostegno al reddito dei precari e dal sostegno agli investimenti e all?innovazione, dando priorit? al Mezzogiorno.

  Per dare risposta concreta alla questione salariale emersa dal rapporto e ulteriormente aggravata dalla pesantezza della crisi, chiediamo al Governo che, da gennaio 2010, vengano erogati 100 euro medi di aumento mensile in busta paga, aumentando le detrazioni per lavoratori dipendenti, pensionati e collaboratori.

  La copertura dell?aumento dei 100 euro in busta paga potrebbe provenire da: una minore spesa per interessi sul debito pari a 7 miliardi nel 2009; la restituzione del fiscal drag del biennio 2008-2009 per almeno 4 miliardi di euro; la lotta all?evasione con il ripristino delle misure introdotte dal governo Prodi per recuperare almeno i 5 miliardi di euro mancanti dal gettito IVA.; infine, per la parte restante (4 miliardi) si finanzia con la maggiore propensione al consumo che contribuisce alla crescita del PIL (+1% in 4 anni) e con un disavanzo contenuto recuperabile al 2011.(27/03/2009-ITL/ITNET)

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