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CULTURA ITALIANA NEL MONDO - SAGGISTICA - "LA NAZIONE POPULISTA. IL MEZZOGIORNO E I BORBONI DAL 1848 ALL'UNITA'" DI MARCO MERIGGI. EDIZ. IL MULINO - RECENSIONE G. PESCOSOLIDO

(2021-10-20)

  E' di recente uscito per le edizioni Il Mulino  un libro di Marco Meriggi, La nazione populista. Il Mezzogiorno e i Borboni dal 1848 all’Unità", con il quale ha vinto il premio Basilicata 2021, che riporta all'attenzione la questione del rapporto tra il Mezzogiorno d'Italia e lo Stato italiano, nato dall'affermazione degli ideali risorgimentali.

Di seguito, anticipiamo la recensioneal volume  di Guido Pescosolido che comparira' sul prossimo della Rivista giuridica del Mezzogiorno"

"La nascita e l’affermazione della nazione politica moderna fu processo centrale nella storia del continente europeo nel corso dell’Ottocento e su di esso si concentrò l’attenzione di una parte cospicua della storiografia del secondo dopoguerra, stimolata soprattutto dall’angoscioso interrogativo su quanto le catastrofi prodotte dai nazionalismi novecenteschi fossero figlie inevitabili del modello di nazione teorizzata dall’illuminismo e dal romantici-smo (a partire da Rousseau e da Herder) e affermatasi concretamente con la rivoluzione fran-cese e con i movimenti nazionali ottocenteschi culminati nell’unificazione politica dell’Italia e della Germania.
Per quanto riguarda l’Italia, il dibattito sulle origini, natura e sviluppo della nazione moderna e dello Stato nazionale è stato assai intenso non solo a causa della catastrofe del fa-scismo e delle sue guerre, ma anche perché al centro della vita pubblica nazionale ha conti-nuato a restare aperta la questione del rapporto tra Mezzogiorno e Stato Italiano, che era stata una delle ragioni del processo al Risorgimento e allo Stato liberale avviato tra fine ottocento e primi decenni del novecento da nazionalisti da un lato e democratici gobettiani dall’altro e che dopo la guerra veniva ripreso sull’onda del separatismo siciliano e della critica gramsciana al-le origini del Risorgimento.

Gli studi più accreditati sono poi pervenuti, pur nella consapevolezza dei limiti e delle strozzature che caratterizzarono non poco la vita del neonato Stato unitario, alla riconferma del fatto che il processo di unificazione nazionale aveva portato comunque a un grande avan-zamento sulla strada del progresso politico e civile, con la nascita di una nazione politica mo-derna che aveva sancito con la carta costituzionale adottata nel 1861 la fine dell’assolutismo politico e l’inizio della condivisione del potere legislativo tra il sovrano e l’organo parlamentare di rappresentanza politica. Lo statuto albertino fu uno strumento fondamentale nell’atto di nascita e nel processo di crescita democratica della moderna nazione italiana, con il riconoscimento dello status di cittadini per coloro che nelle vecchie nazioni di privilegiati erano soltanto dei sudditi. E tuttavia il persistere ancora oggi di un insoluto problema meridionale ha favorito lo sviluppo impetuoso di una storiografia neoborbonica che vede la nascita dello Stato unitario e della nazione politica italiana come eventi negativi che schiacciarono la nazione napoletana e lo Stato borbonico, rappresentati come il culmine positivo della storia politica e civile del Mezzogiorno d’Italia.

Questo contesto storiografico va tenuto ben presente se si vuol cogliere per intero la portata scientifica e la delicatezza dello studio che Marco Meriggi ha realizzato. Nella storiografia sul Risorgimento prevalgono infatti nettamente quelli centrati sull’ideologia e sulla realtà del movimento nazionale unitario, cioè sulla nascita, affermazione e natura della mo-derna nazione liberale.

Meriggi invece porta la sua attenzione su un una zona del processo risorgimentale fino ad oggi assai poco esplorata e meno conosciuta e concorre in modo origina-le a dimostrare come e perché il regime borbonico ebbe termine e quanto l’ inserimento del Mezzogiorno nello Stato unitario non fu un evento facile e lineare, ma un processo faticoso che si scontrò con resistenze forti ed estese, o quanto meno con l’indifferenza alla libertà di fasce di popolazione che avrebbero dovuto avere tutto l’interesse all’instaurazione di un regi-me politico che li vedesse finalmente soggetti attivi e padroni del proprio destino.

Meriggi ha basato la sua opera su una corposa e pressoché sconosciuta documentazio-ne conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli, che gli ha consentito di ricostruire e analizzare un’estesa mobilitazione legittimista fil-borbonica, divenuta ad un certo punto e per certi aspetti persino di massa, sia pure nell’accezione limitata che il termine ha per l’Ottocento; una mobilitazione rivolta contro il regime costituzionale che era stato introdotto nel febbraio del 1848 da Ferdinando II, incalzato dal movimento liberal-costituzionale meridionale.
Il fenomeno analizzato da Meriggi si registrò a partire dall’aprile del 1849 in Sicilia e dall’agosto successivo nella parte continentale del Regno delle Due Sicilie, e si concluse nella tarda primavera del 1950. Esso consistette nella sottoscrizione in quasi tutti i comuni del Re-gno di oltre 2000 petizioni rivolte al re Ferdinando II affinché abrogasse la Costituzione da lui concessa nel febbraio del 1848 e poi da lui stesso di fatto sospesa nel corso dello stesso anno. A quella raccolta di firme avevano accennato, per lo più nell’Ottocento, pochi autori di parte sia legittimista che liberale (Giovanni Pagano, Giacinto De Sivo, Raffaele De Cesare e pochi altri puntualmente considerati da Meriggi). Lo avevano fatto tuttavia sempre con accenni con-cisi e a volte fuggevoli e soprattutto basati su documentazione di scarsa consistenza, quindi rendendo del fenomeno un’immagine poco articolata e dandone interpretazioni schematiche e ideologicamente precostituite. Dal lato legittimista esso fu letto come una grande manifesta-zione di spontanea adesione al regime assoluto e di devozione alla dinastia che lo impersona-va, dal lato liberale fu qualificato soprattutto come il frutto di una manovra coattiva messa in atto dal governo di un sovrano spergiuro e liberticida, intento alla giustificazione su scala in-terna e internazionale della sospensione di una carta costituzionale da lui emanata e giurata, e della dura repressione del movimento liberale continuata poi fino alla fine del suo regno. Ma per alcuni fu frutto anche di una manifestazione di debolezza umana e di vergognoso oppor-tunismo politico-sociale da parte di una fascia consistente della popolazione meridionale.

Ora Meriggi esplora per la prima volta con sistematicità e acribia veramente ammire-voli le oltre 2000 petizioni rinvenute nell’Archivio di Stato di Napoli, ricostruisce con precisione la tempistica della loro stesura, raccolta e inoltro al sovrano, tenta di chiarire i punti chiave della problematica interpretativa da esse posta in sede storiografica: l’estensione terri-toriale della loro provenienza, quanto originarono da un moto spontaneo nato autonomamente dal basso o quanto furono invece promosse o addirittura imposte, sia pure in modo mascherato, dal governo e dal sovrano; come si collocarono nel quadro italiano ed europeo della pratica delle suppliche e delle petizioni ai sovrani; quale modello giuridico-istituzionale di Stato esse
auspicavano (monarchia assoluta con sostegno di ceti privilegiati, o monarchia assoluta am-ministrativa, ossia con rapporto diretto tra sovrano e popolo senza intermediazione alcuna), posto che comunque l’obiettivo comune di tutte le petizioni fu quello della cessazione della monarchia costituzionale col ritiro ufficiale della costituzione emanata nel febbraio 1848 e in pratica ibernata dal maggio del 1848.
Meriggi accerta che il fenomeno ebbe un prodromo in Sicilia nell’aprile del 1849 e poi dall’agosto del 1849 nella parte peninsulare del regno. Qui si distinsero per primi due attivisti di radicati sentimenti legittimisti: Giovanni Sbordone e Innocenzo Corbi, di cui Meriggi deli-nea, per quanto possibile, personalità e fini, non solo politici ma anche materiali. Giovanni Sbordone, comandante della guardia urbana nel paese di Cervinara, sollecitato dal nobile An-gelo Doria, nell’agosto del 1849 diffonde nel Principato Ultra (prov. Di Avellino), un testo nel quale si sollecitava il re al ritiro della costituzione da lui stesso emanata nel febbraio del 1848. La petizione suscitò sulle prime fastidio nell’intendente di Avellino che, messo al cor-rente dell’iniziativa, la vide come un atto irriguardoso nei confronti del re, il quale, nella pie-nezza dei suoi poteri assoluti, non avrebbe dovuto essere sollecitato sul piano politico neppure dal più devoto dei suoi sudditi e neanche se la sollecitazione era indirizzata al rafforzamento dei suoi poteri di sovrano intaccati dallo Statuto del 1848. I sudditi cioè potevano rivolgersi al re per richiedere favori personali attraverso suppliche, ma non per fare richieste politiche at-traverso petizioni, neppure se le misure auspicate erano volte a rafforzare il potere del sovra-no. Lo stesso intendente tuttavia, qualche tempo dopo mutò parere radicalmente nei confronti dell’iniziativa, e Sbordone ottenne anche udienza dal re che ebbe atteggiamento benevolo nei suoi confronti. Analogo andamento il fenomeno dimostrò in Abruzzo, a partire dal distretto di Avezzano, dove sin dall’ agosto si distinse l’attivismo di Innocenzo Corbi, che percorse tutti i paesi dell’Aquilano spingendosi anche in Terra di Lavoro. Anche in quest’area l’atteggiamento delle autorità da un’iniziale diffidenza passò decisamente, nel novembre 1849, a un appoggio all’iniziativa sia pure con l’attenzione a non mostrare di voler esercitare costrizione nei confronti dei sottoscrittori.

Anche a favore del Corbi il sovrano fu prodigo di compensi, nonostante che in Abruzzo l’adesione, a partire proprio dal distretto di Avezzano, non si rivelasse poi unanime e entusiastica. Il fenomeno si estese quindi al resto della peniso-la.
In definitiva dal lavoro di Meriggi si apprende che inizialmente l’origine delle petizio-ni fu opera autonoma di legittimisti che seppero interpretare sia il sentimento di ripulsa che aveva percorso larga parte della popolazione di fronte alle manifestazioni di irreligiosità se-guite all’introduzione della costituzione del 1848, sia lo spavento destato in seno alla stessa borghesia liberale (il caso della patriottica famiglia Poerio è al riguardo emblematico) dal ra-dicalismo politico-sociale della parte più avanzata del liberalismo costituzionale, la quale, chiedendo “lo svolgimento” in termini democratici della moderata costituzione appena con-cessa, non aveva, soprattutto col governo Troya, efficacemente contenuto le violenze e le oc-cupazioni di terre che erano dilagate un po’ ovunque e in maniera massiccia in Calabria. L’origine dal basso almeno delle prime petizioni, appare confermato inoltre dal fatto che, no-nostante il comune denominatore della richiesta dell’abolizione della costituzione, esse non ripetettero un unico testo, ma furono il prodotto di estensori plurimi che si fecero portatori di richieste al sovrano di favori specifici diversificati a individui o comunità o enti promotori.

Invece dal novembre 1849 e poi per l’intera primavera del 1850 la raccolta delle firme fu ovunque favorita e poi direttamente promossa dai poteri pubblici, soprattutto dai decurionati. Lo spontaneismo individuale fu largamente surclassato dall’azione a tutti i livelli dei quadri istituzionali e amministrativi, centrali e periferici dello stato borbonico, impegnati strenuamente a promuovere essi stessi, sia pure in modo insinuante, la raccolta di adesioni il cui rifiuto faceva di chi aveva il coraggio di manifestarlo un oppositore del regime, un liberale. Il fenomeno divenne manifestamente coattivo quando la raccolta di firme fu estesa anche agli impiegati civili. Non pochi di coloro che rifiutarono di firmare furono infatti puniti in vari modi, fra cui il più frequente fu la loro rimozione da cariche e posti pubblici occupati. La raccolta delle firme divenne quindi il più formidabile strumento per intimidire e reprimere quella parte del movimento liberale quarantottesco che non era fuggita in esilio o non marciva in carcere.

Questi elementi sono ben evidenziati da Meriggi al fine di comprendere la natura di quella che egli definisce la «nazione populista» che cercava di seppellire definitivamente la “nazione moderna” o “liberal costituzionale” del 1848. Anche quest’ultima alla vigilia del 1848 aveva usato ripetutamente lo strumento della petizione al sovrano per chiedere quella costituzione che aveva poi sancito, con l’istituzione del Parlamento, la fine quanto meno dell’assolutismo legislativo e l’affermazione, almeno parziale, del principio della sovranità popolare; ma lo aveva fatto senza disporre degli strumenti di pressione usati nella raccolta delle firme controrivoluzionarie nel 1849-50.

Nonostante comunque i forti dubbi che le vicende sopra ricordate inducono circa la sincerità di adesione di molti sottoscrittori, Meriggi ritiene e credo a ragione che, di fronte alle 2283 petizioni (di cui 1599 prodotte dai decurionati comunali) recanti circa 300.000 firme, alla loro provenienza da quasi tutto il territorio nazionale, allo status sociale dei firmatari, ap-partenenti a quasi tutti i ruoli, ceti, professioni, ma con una debolissima e quasi evanescente presenza contadina, che era però tratto comune anche alle petizioni liberali, si possa parlare dell’esistenza di una “nazione populista”. Era una “nazione” fautrice di un regime politico che Meriggi desume dalla lettura integrale dei testi delle petizioni e che era imperniato eticamente sulla religione cattolica come religione di Stato, socialmente sulla tutela inflessibile della proprietà privata, politicamente sulla figura di un sovrano assoluto nelle cui mani si sarebbero dovuti concentrare tutti i poteri senza limiti o condivisione alcuna, tanto meno quella del Par-lamento, descritto nelle petizioni come fonte solo di discordia, empietà, soprusi. Ovviamente altrettanto assoluto avrebbe dovuto essere il controllo del monarca sulla stampa e su tutte le forme di comunicazione.

Certo, sarebbe inappropriato definire “nazione”, sia pure populista, una comunità che chiedeva l’eliminazione di qualunque forma di condivisione dei pubblici poteri col sovrano, mentre la nazione politica liberale aveva avanzato le proprie richieste “a danno” della pienezza dei poteri del sovrano. Tuttavia Meriggi fa presente che in un certo numero di petizioni la rappresentanza parlamentare, aborrita dai sottoscrittori, avrebbe dovuto essere sostituita da un potere deliberativo dei comuni in materia amministrativa, e in qualche caso veniva anche au-spicata una eleggibilità dei consigli comunali. Il ruolo della rappresentanza parlamentare, sarebbe stato surrogato quindi da quello del comune, vero interprete dei bisogni delle popola-zioni. Meriggi intitola La vera costituzione: quella comunale uno dei paragrafi finali del libro, e al riguardo osserva che «…soprattutto, si immaginava di rendere in futuro il rapporto diretto tra istituzioni comunali e corona lo strumento ordinario di una popolazione sgranata nella mi-riade dei suoi municipi grandi e piccoli e il suo sovrano assoluto. Era questo il senso della na-zione populista, la nazione dei paesi più che delle città; il frutto di un’esperienza di apprendistato di massa alla politica di segno diverso da quello liberale, ma capace di contendere a quest’ultimo alcuni temi moderni e di coniugarli con quelli tradizionali» (p. 237).

Tuttavia, lo stesso Meriggi precisa che si trattava di una condizione politico-istituzionale auspicata nelle petizioni, ma nella realtà mai concretamente posta in atto dal so-vrano. Nelle pagine finali del libro, emerge chiaramente che questi, che per gli autori delle petizioni restava il vero ed unico pilastro su cui si sarebbe dovuta basare la vita politico-istituzionale del Regno delle Due Sicilie, preferì essere a capo non di una nazione populista, ma di una monarchia populista, che non per caso è il titolo di uno degli ultimi paragrafi del libro. Ferdinando II rafforzò infatti, anche sulla scia delle indicazioni delle petizioni, il suo rapporto con l’esercito e con la Chiesa. Puntò a creare un filo diretto con i suoi sudditi attra-verso politiche di lavori pubblici (per la verità più appariscenti che capaci di innescare uno sviluppo economico paragonabile a quello di altri Stati della Penisola), sussidi e favori indivi-duali, viaggi propagandistici nelle province del Regno, ma conservò sempre gelosamente nelle sue mani tutti i poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario). Difese la proprietà privata grande e piccola, ma non riconobbe alcun diritto pubblico all’aristocrazia in quanto ceto. Le conferì cariche e funzioni pubbliche, ma solo in base a sua revocabilissima concessione e non per di-ritto nobiliare costituito. La sua non fu dunque neppure una “nazione” di privilegiati come in antico regime. Né riconobbe forme di compartecipazione deliberativa ai comuni o alla borghesia. Congelò la costituzione del 1848 senza mai più convocare il Parlamento, ma non ac-colse le richieste di abolirla formalmente avanzate nelle petizioni, il che avvalora l’ipotesi che egli ne volesse fare solo uno strumento giustificatorio all’interno e all’estero della repressione del movimento liberale attuata nel 1848-50 e non certo un riferimento per la configurazione della forma del suo stato.

Una simile linea politica comportò però che la responsabilità della vita pubblica e del governo della nazione ricadesse interamente ed esclusivamente sulle spalle del sovrano, e siccome i risultati reali conseguiti dalla “monarchia nazionale” non furono esaltanti e anzi il Regno accumulò proprio negli anni Cinquanta un ritardo crescente su scala italiana ed europea in termini di sviluppo economico, sociale e civile, quando si arrivò alla resa dei conti del 1860, la “nazione populista”, mai nata politicamente, abbandonò la dinastia al suo destino, o quanto meno non lo difese con la forza dispiegata nel 1799 e neppure nel 1849-50. Il ritorno precipitoso di Francesco II alla costituzione del 1848 non trovò più la nazione liberale dispo-sta a riconoscersi in quella costituzione e nella stessa dinastia: essa si era rivolta ormai da anni ad altro monarca ed era intenta a costruire un più ampio contesto statual-nazionale. E fu la fi-ne della dinastia borbonica e della nazione populista, come dimostrò l’esito dell’ultimo tenta-tivo messo in atto dopo l’Unità di raccolta di firme a favore della restaurazione della dinastia borbonica.

L’opera di Meriggi per l’apporto di nuove conoscenze, l’efficacia interpretativa, l’equilibrio e la fondatezza di giudizio storico, porta agli studi sulla fine dello stato borbonico e della nazione napoletana, e quindi indirettamente a quelli sulla nascita della nazione italiana e dello Stato unitario, un contributo di valore scientifico assoluto, offrendo contestualmente una delle più valide e ponderate confutazioni di alcuni dei principali capisaldi della storiogra-fia neo-borbonica." scrive Pescosolido. (20/10/2021-ITL/ITNET)

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