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CULTURA ITALIANA NEL MONDO - SVIZZERA - DALL'ITALICA GALLARATE ALL'ELVETICA MENDRISIO: L'ARTE PITTORICA DI VALERIA PASTA MORELLI (1858-1909) E LE PITTRICI DEL SUO TEMPO

(2019-03-28)

La Pinacoteca Züst ha ricevuto di recente un’importante donazione di opere – 34 dipinti, anfore, album di studi, medaglie e diplomi – di una delle rare donne pittrici che il Ticino conti: Valeria Pasta Morelli, nata a  Mendrisio 1858  e deceduta a Milano nel 1909). Opere rare e oltretutto spesso confinate nell’ambito familiare. Anche per questo motivo spesso dimenticate.
È stata la nipote, Valeria Morelli Razzini (1923-2014), che portava lo stesso nome della nonna, a destinare alla sua morte il lascito al museo in memoria e onore dell’artista ma anche come segno di stima per il lavoro svolto dalla Pinacoteca.

Valeria, che ebbe come maestri anche Bartolomeo Giuliano e Sebastiano De Albertis, fu una delle poche
ragazze a frequentare l’Accademia di Brera a Milano. Qui raccolse premi e riconoscimenti, mentre in patria
la “Gazzetta ticinese” la celebrava come “esimia giovane artista” ricordando un suo dipinto allegorico
realizzato per il carnevale di Mendrisio. Il matrimonio con un alto funzionario dell’esercito italiano chiuderà
tuttavia le sue ambizioni, confinandola nel circuito domestico, l’unico ritenuto adatto a una donna della sua posizione.
La mostra - inaugurata ieri ed aperta al pubblico fino al prossimo 26 agosto -  "ARTE E DILETTO
Valeria Pasta Morelli (1858-1909) e le pittrici del suo tempo" intende far luce per la prima volta sulla personalità artistica di Valeria, non mancando tuttavia di contestualizzarla nel particolare ambito familiare nel quale si muoveva. Valeria era infatti figlia del noto Dottor Carlo Pasta, consigliere nazionale e promotore, tra le altre imprese, della ferrovia e dell’industria alberghiera sul Monte Generoso. Lo zio era invece Bernardino Pasta, un pittore appartenente alla cerchia degli Induno che godette di buona fama. A queste figure così importanti sono quindi dedicate le prime sale della mostra.

Una sezione presenta inoltre opere di altre donne artiste attive nel Cantone Ticino negli stessi anni, come Marie-Louise Audemars Manzoni, Giovanna Béha-Castagnola, Adele Andreazzi, Olga Clericetti, Elisa Rusca, Antonietta Solari e Regina Conti. Appartenenti quasi tutte a famiglie della borghesia locale, non frequentavano però le Accademie né le scuole di disegno dislocate sul territorio. Donne di buona famiglia, che coltivavano privatamente la loro passione per l’arte, come un hobby piuttosto che come un lavoro, e che si esercitavano perlopiù negli studi dei pittori. Tra i maestri più apprezzati si ricorda Gioachimo Galbusera, che teneva nel suo atelier frequenti corsi e del quale si espongono alcuni dipinti.

LA STORIA DELLA FAMIGLIA:
      Provenienti da Gallarate, tanto nelle testimonianze milanesi quanto nelle prime attestazioni in terra elvetica,inizialmente i Pasta figurano come osti e macellai con notevole spirito imprenditoriale. Commercianti di coloniali e di insaccati, accolti nella vicinia di Mendrisio nel 1776, i Pasta intrecciano significative relazioni col mondo dell’emigrazione d’arte e del notariato, pronte a diventare legami parentali anche nelle generazioni successive.
Inizialmente affittuari della famiglia Marliani, che certamente li ha favoriti nel loro processo di integrazione, già nei primi anni dell’Ottocento nel borgo i Pasta sono proprietari di immobili e di parecchie pertiche di
terra, e più tardi, grazie agli investimenti di Feliciano Pasta, anche di corpose masserie in altri comuni del
distretto.
In paese hanno acquistato due articolati nuclei abitativi situati in due punti strategici, alla Fontana e in Piazza del Ponte. Il primo, affacciato su via Stella, era un sedime che comprendeva tre case con corte, portico e terrazze, un grande giardino, fienili e tinaia; il secondo, vicino all’antica chiesa, era composto dalla casa d’abitazione, da un’altra affittata ad uso albergo con corte e giardino, e persino da un edificio ad uso filanda.
Facendo capo alle tradizionali fonti di reddito nella seconda metà del secolo, i figli di Feliciano, Carlo(1822-
1893), medico chirurgo, e il pittore Bernardino (1828-1875), investono risorse ed energie, cimentandosi in un settore, quello turistico alberghiero, di cui sanno cogliere le prospettive economiche e insieme culturali.
Sin dalla nascita, avvenuta nel novembre del 1822, Carlo Pasta sembra predestinato a grandi opere dal momento che i nomi di battesimo sono Carlo Magno Benigno. Dopo gli studi pavesi che lo consacrano chirurgo e anni di pratica professionale, stabilitosi definitivamente in patria, si trasforma in intraprendente imprenditore.
Durante i primi anni di matrimonio, avvenuto a Bignasco nel dicembre del 1851 con Margherita Lotti
appartenente ad un illustre casato affermato in ambito politico, Carlo lavora negli ospedali lombardi, mentre la moglie soggiorna presso la famiglia natale. Ma il Pasta ha anche altre aspirazioni. È un uomo moderno, intuisce che ci sono nuove prospettive, e guarda al turismo, alla scoperta della montagna, attrattiva in voga presso i ceti nobiliari e una borghesia che ha i mezzi finanziari per soddisfare queste curiosità. E le vie della montagna, i panorami che offre, ne fanno parte.

Sono opportunità di investimento che portano Carlo a convogliare, nel 1867, le sue risorse nella costruzione dell’albergo sul Monte Generoso e poi della strada per condurvi i villeggianti.
«Poco oltre la via ripiega a sinistra elevandosi, e già l’occhio avido di piacevoli prospetti comincia ad aprirsi un varco sulla pianura sottoposta. In nessun posto la strada presenta pericoli, e l’ultimo tratto si spiega piacevolmente serpeggiando, donde per la prima volta sollevando lo sguardo si vede a breve distanza affacciarsi con magico effetto l’albergo che con ardito proposito il Dottor Pasta seppe erigervi.
Al suo ingresso apresi un largo piazzale che offre curiosa scena allorché vispe brigate di visitatori vi
giungono con numerose guide e cavalli». (Luigi Lavizzari, 1869)

Nel 1890 vide infine realizzarsi un progetto che gli stava a cuore: la ferrovia a cremagliera, meta del suo
ultimo viaggio. La morte infatti lo coglie improvvisamente nel novembre del 1893, mentre in treno sta per raggiungere la vetta.

2. BERNARDINO PASTA (MENDRISIO, 1828 – 1875)
La rivisitazione dell’attività artistica di Valeria Pasta Morelli rappresenta un’occasione propizia per ricordare, sia pur in maniera succinta, anche la figura dello zio Bernardino Pasta.
Tra il 1844 e il 1855 – quindi per più di un decennio – Bernardino Pasta seguì con profitto i corsi dell’Accademia di Brera a Milano. Iniziò a esporre le sue composizioni alle rassegne annuali di Brera nel 1854 e a quelle indette dalla Società Promotrice di Torino l’anno successivo, partecipando regolarmente alle mostre svoltesi nelle due città fino al 1869 e ottenendo una certa attenzione da parte dei pubblicisti e dei critici che recensivano le esposizioni sulle colonne dei quotidiani delle due città.

Le rendite della famiglia di origine e quelle provenienti dalla moglie Giuseppa Castagna, figlia di un ndustriale lombardo della seta, consentono a Bernardino di dedicarsi serenamente alla pittura.
A partire dal 1869 interrompe tuttavia quasi completamente l’attività artistica per orientarsi verso una nuova impresa: apre, forse su suggerimento e con l’appoggio del fratello Carlo, un albergo a Mendrisio. L’edificio viene progettato dall’architetto Luigi Fontana di Muggio e costruito in un parco ideato dal naturalista Luigi Lavizzari. L’albergo riscuote un buon successo ed è collegato direttamente a quello che Carlo aveva realizzato sul Monte Generoso, offrendo così ai villeggianti una sorta di circuito turistico che da Mendrisio conduceva in vetta. L’edificio ospita oggi la Casa per Anziani Fondazione Antonio Torriani.

Pasta è stato solo in anni recenti oggetto di rivalutazione critica e riscoperta, anche in seguito all’esposizione organizzata dalla Pinacoteca Züst Dall’Accademia all’atelier. Pittori tra Brera e il Canton Ticino nell’Ottocento (2000), che ne ha giustamente messo in luce le qualità.
La disamina del piccolo nucleo di sue opere attualmente note permette di collocare l’artista nell’orbita della pittura di Domenico e Gerolamo Induno e di rilevare come esso si dedicò in prevalenza alla narrazione di episodi tratti dalla quotidianità contemporanea sia popolaresca che della nuova borghesia ottocentesca.
Bernardino dà tuttavia prove interessanti anche nel campo del ritratto. A questo proposito si segnala il
Ritratto maschile, qui esposto, entrato nelle collezioni della Pinacoteca Züst nel 2008. Datato 1854, quindi all’inizio della sua carriera espositiva, il quadro raffigura un personaggio che non è stato possibile identificare, ma che si presume appartenesse alla borghesia imprenditoriale locale che, come la famiglia Pasta, si muoveva con disinvoltura tra Milano e il Mendrisiotto, come testimoniano le località vergate sulle lettere appoggiate sul tavolo.

3. VALERIA PASTA MORELLI (MENDRISIO, 1858 – MILANO, 1909)
Valeria Pasta nasce in una famiglia patrizia di Mendrisio, figlia del noto dottor Carlo Pasta e nipote del pittore Bernardino. Forse anche in omaggio alla fama artistica e al ricordo di quest’ultimo la ragazza venne iscritta ai corsi dell’Accademia di Brera a Milano, città in cui la famiglia aveva risieduto e in cui, a suo tempo, lo stesso zio Bernardino operò prima di fare ritorno nella originaria Mendrisio.
Nel corso degli studi Valeria dimostrò notevole impegno, conseguendo premi e riconoscimenti: in questa sala sono esposte alcune medaglie da lei ricevute e due studi di nudi realizzati in quel periodo.

L’accesso alla scuola di Pittura presso l’Accademia di Brera era ancora precluso alle donne in quegli anni.
Se una volta ottenuto il diploma in disegno un’allieva desiderava impratichirsi anche nella pittura a olio, era
quindi tenuta a completare la sua formazione presso lo studio di un artista. La scelta di Valeria cadde su
Sebastiano De Albertis, il quale, si può supporre, era stato in rapporto con Bernardino Pasta. Traccia di ciò è data da due piccoli dipinti qui esposti: una minuscola tavoletta a olio raffigurante una scena militare con dedica “all’amica Valeria Pasta” e un piccolo ritratto a figura intera di Valeria in posa in una cascina sul Monte Generoso eseguito dal figlio del pittore, Emilio, morto precocemente. La giovane pittrice ebbe probabilmente anche un altro maestro, Bartolomeo Giuliano, del quale si espone qui l’inedito Alla fonte.

Il matrimonio con Enrico Morelli (1889), alto graduato dell’esercito e la successiva nascita del figlio Valerio non arrestarono l’attività artistica della giovane donna, pur limitandone l’orizzonte nello stretto
ambito domestico. Non risulta infatti che Valeria Pasta – anzi, Valeria Morelli, come la pittrice firmò da allora in 3 / 3 Repubblica e Cantone Ticino Dipartimento dell'educazione, della cultura e dello sport
poi le sue opere – abbia mai preso parte a manifestazioni espositive, né che abbia posto in vendita i suoi
quadri: si può pertanto ritenere a buon diritto che il corpus della sua produzione sia costituito da un numero di dipinti a olio non molto più elevato delle trentaquattro unità oggi appartenenti alla Pinacoteca Züst.

Lo studio della figura umana e il ritratto risultano al centro della ricerca dell’artista, che guarda alla lezione di Giuseppe Bertini, mentre rimane estranea, almeno parrebbe, ai generi del paesaggio e della natura
morta che invece di norma in quel tempo raccoglievano le preferenze assolute delle donne artiste, come si vedrà nella sala successiva. Una volta costituitasi una famiglia propria, Valeria Pasta trovò una fonte
d’ispirazione inesauribile nel figlio Valerio, di cui è possibile riconoscere la fisionomia in numerose composizioni.

All’ultimo decennio del diciannovesimo secolo può essere fatto risalire il nucleo di composizioni di genere di soggetto arcadico e pastorale, derivato dal gusto narrativo diffuso ad ampio raggio sul territorio lombardo dopo il 1848 da Domenico e Gerolamo Induno.
Valeria Pasta Morelli si cimentò anche in altri ambiti della creatività artistica, per esempio nella pittura su
ceramica: attraverso il legato testamentario disposto dalla nipote si sono aggiunte alle collezioni della
Pinacoteca Züst tre anfore biansate istoriate a opera della pittrice, qui esposte. La prima di esse presenta una decorazione in stile greco, le altre due recano invece un motivo di putti di gusto neorinascimentale.

4. L’ARTE AL FEMMINILE AL TEMPO DI VALERIA PASTA
Valeria Pasta è stata una delle poche ticinesi dell’Ottocento ad avere frequentato la celebre Accademia di Brera a Milano. Generalmente, le giovani che presentavano doti artistiche si rivolgevano a pittori che operavano sul territorio e che tenevano nei loro atelier corsi di disegno e pittura. Uno dei più in voga era Gioachimo Galbusera, amatissimo pittore della borghesia luganese.

Nella sezione della mostra sono esposti tre suoi dipinti, da cui risulta evidente quanto egli fosse un riferimento forte per le artiste, che mutuavano da lui modelli compositivi, stile ed ispirazione. Esse si  applicavano soprattutto al genere della natura morta, di fiori o frutta: quadri piacevoli, molto richiesti all’epoca per guarnire le sale da pranzo e i salotti delle dimore borghesi; non disdegnavano inoltre di cimentarsi nel campo della decorazione, come mostrano i piatti e le colonnine esposti. Non si trovano casi nel nostro Cantone, se non dopo gli anni Trenta e Quaranta del Novecento, di donne che hanno intrapreso la professione di pittrice come attività lavorativa e di sostentamento.

Tuttavia, non è infrequente imbattersi in qualche nome femminile di artista sfogliando i giornali dell’epoca o consultando gli esili cataloghi delle esposizioni di Belle Arti a cavallo dei due secoli. È il caso ad esempio di Marie-Louise Audemars Manzoni e di Giovanna Béha-Castagnola, che hanno frequentato, al pari di Valeria, l’Accademia di Brera e che risultano oggi le uniche ad essere conosciute, seppur solo tra i cultori dell’Ottocento.
Giovanna gode ancora di un limitato mercato, anche perché è la più nota tra le allieve e seguaci di Galbusera.
L’Audemars Manzoni, introvabile in commercio, ha avuto la fortuna di avere dei discendenti che amorevolmente hanno conservato i suoi quadri nella dimora di Arogno. La produzione pittorica delle due dovette essere comunque assai circoscritta. Ambedue sposate con persone agiate – Giovanna Castagnola con Alexander Béha, noto albergatore luganese e Marie-Louise Audemars con Giuseppe Manzoni, industriale orologiero ad Arogno – praticarono la pittura più per diletto personale che come lavoro. La Audemars si iscrive a Brera già madre di tre figli piccoli e deve interrompere gli studi brillantemente intrapresi proprio perché richiamata da doveri familiari. La Castagnola coadiuverà invece il marito nella conduzione dell’albergo luganese.

Ancora più ancorate al territorio e al piccolo mondo luganese erano altre signorine e signore che, pur dotate di un talento, hanno optato di dedicarsi alle belle arti quasi esclusivamente per diletto. Donne di buona famiglia, sposate o figlie di avvocati, imprenditori, che coltivavano privatamente le loro passioni: per la pittura, per il cucito, per la lettura, per la musica. È il caso di Elisa Rusca, di Adele Andreazzi, di Olga Clericetti e di Lina Grazioli, ritratta da Regina Conti nel pastello inedito qui esposto. La loro memoria è tramandata oggi grazie ai familiari che non hanno disperso le loro opere.

Di altre figure femminili recensite nelle cronache dell’epoca poco o nulla si conosce, come ad esempio di
Antonietta Solari o di Clara Lendi, seconda moglie devotissima del pittore Ettore Burzi. Lendi lascerà i
pennelli per promuovere invece l’attività del marito. Morta a Locarno a 102 anni ha conservato carte, documenti e dipinti dell’amatissimo coniuge e ha invece disperso quasi tutto del suo operato.
La carrellata termina con l’Autoritratto di Regina Conti che, a differenza delle pittrici fin qui ricordate, intraprese consapevolmente, in autonomia e con notevole impegno una carriera pittorica da professionista. (28/03/2019-ITL/ITNET)

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