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CULTURA ITALIANA NEL MONDO...e non solo - INTRECCI DI SETA A NAPOLI ALL'ARCHIVIO DI STATO E CHIESA DEI SSFILIPPO E GIACOMO DELL'ARTE DELLA SETA

(2018-11-08)

  L’Archivio di Stato di Napoli, “monumento di carta” con i suoi 50.000 metri di scaffalature, fondamentale per la storia dell'Italia Meridionale, apre eccezionalmente le porte della propria sede - ex monastero benedettino dei Santi Severino e Sossio - a tutti coloro che intendono scoprirne i suoi tesori.

Grazie ad un Protocollo d'intesa, l'Associazione Culturale Respiriamo Arte guiderà i visitatori nel Chiostro dei marmi, nell'atrio Capasso, nel Chiosto del Platano (nucleo più antico del complesso conventuale affrescato da Antonio Solaro con storie della vita di San Benedetto) e poi ancora nella Sala Catasti, già stanza del Capitolo, e nella Sala Filangieri, in origine l’antico Refettorio affrescato da Belisario Corenzio agli inizi del Seicento.

Per la prima volta, si potrà vedere parte della preziosa documentazione della Corporazione dell’Arte della Seta che agli inizi del '600 fondò la Chiesa dei SS. Filippo e Giacomo in via San Biagio dei Librai. Inoltre dopo anni il fondo dell’Arte della Seta, manoscritti miniati che vanno dal 1500 fino al 1800, saranno del tutto consultabili e messi a disposizione per gli studiosi e gli appassionati.

Visite guidate
Quando: ogni secondo e quarto sabato del mese – ore 11:00 Durata: 1 ora e 30 minuti Costo: 7€* Prossime in calendario: sabato 10 e 24 Novembre  . Parte dei proventi saranno devoluti all'Archivio per il recupero del fondo della Corporazione dell'Arte della Seta.  Prenotazione obbligatoria: 3314209045, respiriamoarte@gmail.com

Di particolare interesse il documento che segue relativo alla corporazione dell'Arte della seta :

Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo dell’Arte della Seta
Nel 1477, senza intenti competitivi, ma solo “per honore e stato di essa Maestà della Repubblica della città di Napoli”, venne ufficialmente istituita l’arte della seta, con la quale la svolta data alla manifattura serica napoletana, e m eridionale, era radicale e a tratti rivoluzionaria. La lavorazione della seta venne incentrata a Napoli, “il solo centro del regno, oltre Catanzaro, presso il quale sarebbe stato possibile svolgere quest’attività”.

I ragazzi dell’Associazione Respiriamo Arte, Massimo Faella, Simona Trudi, Angela Rogliani, Marcello Peluso e Francesca Licata, hanno riportato alla luce un volto di Napoli per troppo tempo dimenticato: quello d’importante centro di produzione e lavorazione della seta, settore trainante dell’economia del regno dalla seconda metà del XVI secolo fino al XVIII. L’importanza, il potere e la ricchezza che raggiunse la Corporazione dell’Arte della Seta fu espressa e resa tangibile nella realizzazione della Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo ovvero del Complesso Museale dell’Arte della Seta. Questa grandezza, così come l’atmosfera e gli intenti di quella produzione serica si possono ancora Respirare in questi luoghi grazie a un percorso di visita guidata esclusiva realizzato dall’Associazione che ripercorrendo la storia della Nobile Arte descrive al visitatore le opere d’arte che alcuni tra i più importanti marmorari, scultori, pittori e maestri intagliatori del settecento napoletano realizzarono per la chiesa. Agli affreschi, infatti, alle decorazioni marmoree, agli altari e agli arredi sacri lavorarono artisti del calibro di Alessio D’Elia, Jacopo Cestaro, Giacomo Massotti, i fratelli Massa, Giuseppe Sammartino. Costoro parteciparono al rifacimento della Chiesa compiuto nel 1758 con cui acquisì l’aspetto attuale tipico del barocco napoletano.

La visita guidata include, oltre la Chiesa, aree riaperte dopo più di 30 anni d’abbandono quali: la sacrestia settecentesca che ospita il ?Tesoro dell’Arte della Seta”; la suggestiva cripta, luogo di sepoltura dei corporati dell’Arte; parte dell’antica zona di clausura con gli affreschi di fine ‘500 e i resti archeologici ritrovati al di sotto del cortile interno. Una visita guidata esclusiva che celebra i luoghi della seta restituiti al pubblico dall’Associazione Respiriamo Arte per custodire quella Napoli descritta nelle fonti come: “Brulicante di filatoi, botteghe di setaioli, tinte, tessitorie, fondaci di
mercanti, di numerosissime presenze di stranieri, di attività finanziarie e commerciali collegate al commercio e alla lavorazione di stoffe e di altri prodotti in seta”.

Il Tesoro
Nell’antica sacrestia, frutto del fine artigianato ligneo napoletano, attraverso le opere esposte si ripercorre la storia artistica del Complesso. Sete, argenti, dipinti, maioliche, intarsi lignei e giochi prospettici. All’interno è possibile ammirare il vecchio altare maggiore della Chiesa, realizzato nel 1712 dal maestro intagliatore e mobiliere Marco Antonio Tibaldi e dedicato ai Santi Filippo e Giacomo. Un susseguirsi di importanti commissioni d’opere d’arte che avevano il compito di nobilitare e dare lustro all’intera Corporazione.
Visite guidate Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo: Complesso Museale dell’Arte della Seta Venerdì e Sabato, dalle 11:00 alle 18:00* Domenica, dalle 12:00 alle 18:00*
Aperti anche nei festivi e si effettuano visite guidate per gruppi anche in altri giorni ed orari.

Libri delle Matricole dell’Arte della Seta
Iacobo Gallo fu eletto console della corporazione dell’Arte della seta per ben tre volte: nel 1525 assieme a Bartolomeo Massei di Lucca e Francesco Terri di Napoli, nel 1528 assieme a Pietro Stagnaro di Genova e Palmerio Nacherio di Napoli, e nel 1529 assieme a Bartolomeo Massei di Lucca e Antonio Lione di Genova. In quegli anni, Napoli fu assediata e poi invasa.

I libri delle matricole dell’Arte della seta furono parzialmente distrutti dagli occupanti («dai soldati semilacerati»), ma poi dopo l’assedio furono recuperati proprio da Iacobo Gallo, il quale in quel momento non era più console e quindi con il suo gesto dimostrò profondo senso di appartenenza all’istituzione Arte della seta. Gli iscritti rimasero colpiti, gli resero onore e – quando nel 1531 i libri furono restaurati – dedicarono una pagina di introduzione al salvataggio compiuto da Iacobo Gallo.

Gli immatricolati avevano l’obbligo di stabilire collegialmente il prezzo dei prodotti, assicurare una mutua assistenza, osservare riti religiosi. E grande influenza per molti secoli avrà la componente religiosa sulle vicende della famiglia Gallo. Nel Quattrocento gli immatricolati alla corporazione dell’Arte della seta avevano tanto potere che, per le piccole controversie, avevano il privilegio di essere giudicati da un proprio, separato e speciale Tribunale. Solo per casi gravi gli immatricolati potevano rivolgersi ai due massimi organismi generali del Regno, cioè alla Sommaria, massimo tribunale amministrativo e finanziario dello Stato (una specie di Consiglio di Stato e Corte de’ Conti assieme), e al Consiglio collaterale, organo giurisdizionale del vicereame di Napoli. I vantaggi fiscali ed economici derivanti dallo status di appartenente alla corporazione erano enormi, a cominciare dalla esenzione di dazi doganali per la seta grezza importata e destinata alla produzione di stoffe.

Quelli che venivano ammessi alla corporazione dovevano pagare una tassa di immatricolazione per un importo stabilito dai tre consoli. Per superare l’esame, dovevano fornire dettagli sulla localizzazione della loro attività e sugli strumenti adoperati. Nel 1523, allo scopo di limitare ulteriormente l’accesso alla corporazione, l’esame fu indurito, con «diligente inquisitione» da parte dei consoli presso la Corte del Tribunale, sotto il controllo della Sommaria, per accertare:
l’«abilitate», le buone «conditioni» economiche del candidato, il possesso di qualità morali («costume»). Nel 1528 e nel 1529 uno dei consoli fu un personaggio molto famoso, un tale Iacobo o Giacomo Gallo, il quale recuperò i registri della corporazione dopo un assedio e un’invasione militare subita da Napoli.

- La direzione dell’arte fu affidata a tre consoli, un mercante del Regno di Napoli ( quindi non necessariamente napoletano), un mercante straniero, un tessitore cittadino napoletano ( solo dalla città ). I consoli duravano circa 1 anno in carica e secondo lo statuto del 1477 dovevano essere eletti da tutta l’Arte.
-  Nel 1581 entrarono a far parte dei vertici dell’Arte sei nuovi funzionari, i deputati, con il compito di affiancare i consoli nell’amministrazione del Conservatorio e di stabilire insieme ad essi e con un rappresentante della Camera Sommaria*, i quantitativi di seta greggia che servivano per l’uso della manifattura e i quelli che servivano invece per l’esportazione. Era quello di deputato un ruolo molto importante e fondamentale per l’attività dei produttori della città di Napoli. Non a caso requisito fondamentale per essere eletto deputato consisteva nell’essere cittadini napoletani.

Venivano scelti: due fra i mercanti, due fra i tessitori, un tintore e un filatore.
- Man mano che la manifattura della seta si sviluppava, l’organico dell’Arte si arricchiva di nuove figure. Nel 1523 si aggiunse un mastrodatti, con il compito di annotare tutta l’attività del consolato. Nel 1560 circa fece ingresso un Consultore (giudice ordinario) che coadiuvava i consoli nell’amministrazione della giustizia, e un credenziere, che operava per conto del Governo, affiancava i consoli durante le operazioni di controllo sulla regolarità della produzione. Solo il mastrodatti e il consultore erano nominati dai consoli. Nel 1647 ormai diventata una struttura assai solita , l’arte si avvaleva di figure professionali del tutto estranee ai ruoli tradizionali come il provveditore e l’avvocato. Inoltre ancora x la funzionalità del Tribunale e del Conservatorio si avvaleva di banditori, trasportatori, compratori, portinai,  rocuratori, mastri di casa, esattori, notai.

-  I principali operatori dell’arte erano individuati nelle categorie di mercanti, maestri e lavoranti, distinguendo fra maestri tessitori, incannatori, filatori e tintori (fasi: filatura, tintura, tessitura). E fu resa obbligatoria l’iscrizione al Libro delle Matricole per evitare abusi e frodi. Inoltre c’era obbligo fra gli immatricolati di stabilire collegialmente i prezzi dei lavori, di mutua assistenza e di osservanza dei riti religiosi.
-  Le ordinazioni del 1477 assegnarono esclusivamente ai mercanti e ai maestri l’organizzazione del processo produttivo. I mercanti si occupavano delle funzioni commerciali e di coordinamento. I tessitori, si occupavano della produzione di tessuti, acquistando seta dai mercanti e vendendo loro il prodotto finito. Godevano di completa autonomia. Unici detentori del sapere produttivo. Per i garzoni l’apprendistato cominciava a 14 anni e durava non meno di 4 anni, trascorso il periodo era il maestro a decidere se lasciarli liberi a lavorare per altri o restare. Poi esercitare ancora il ruolo di apprendista lavorante per ancora 6 mesi come specializzazione. Dopo questo percorso potevano iscriversi all’arte come maestri o lavoranti. Anche la tintura fu riorganizzata abolito il monopolio che sin dai tempi di Federico II obbligava a tingere le sete in un unico edificio. I maestri tintori non potevano acquistare la seta e potevano tingere solo quella commissionata dai mercanti.

-  Nel periodo 1660-1706 si iscrissero all’arte complessivamente 4055 matricole. Un dato di tutto rilievo, che assume maggiore consistenza se si considera che intorno alle aziende mercantili e artigianali gravitavano numerosi addetti, esenti dall’obbligo di immatricolazione all’arte, come lavoranti, garzoni, creati e soprattutto le migliaia e migliaia di donne impegnate nella cacciatura della seta. Inoltre non va dimenticato l’indotto, costituito dai numerosissimi mestieri collaterali, capaci di offrire ulteriori occasioni di lavoro. Come la vasta schiera di fabbricanti di rocchelle, filatoi, telai, cannelle e rocchettini di legno, caldaie e gaviglie per la tintura, e di numerosissimi altri strumenti di lavoro.

Regole di accesso e di immatricolazione
Nel 1477 solo ad alcuni era consentito far parte dell’arte. Addirittura i setaioli non furono ammessi nel primo statuto, perché arte minuta e non di tessere i drappi.
Le categorie ammesse furono quelle dei Mercanti, Maestri (tessitori e filatori) e Lavoranti, tutti con pagamento di una tassa d’entrata pari a 5 carlini, e un tarì per i lavoranti. E non fissata invece per i mercanti. Ci fu particolare controllo alle procedure amministrative di immatricolazione. Gli immatricolati erano tenuti a fornire precise indicazioni riguardanti l’ubicazione della loro attività, gli strumenti di lavoro (filatoi o telai) e persino le stanze all’interno delle quali si trovavano gli strumenti. L’incarico venne dato al notaio (scrivano) del sacro regio consiglio, con sede a Santa Maria Maggiore. I controlli erano necessari, perché lo status giuridico di matricola dell’arte assicurava numerosi vantaggi, come l’esenzione dei dazi doganali per la seta grezza. Nel 1523 numero alto di iscritti furono emanate nuove direttive più restrittive. Ogni immatricolato doveva superare esame molto scrupoloso da parte dei 3 consoli o almeno due di loro, presso la corte del tribunale, dimostrando di possedere i requisiti richiesti, che erano l’abilitare, le buone condizioni
economiche (condizione) e possesso qualità morali (costume).

Con nuova normativa l’immatricolazione fu affidata ai tre consoli in seduta congiunta o almeno in due. Per evitare
iscrizioni abusive fu deciso ch anche la registrazione del nome dei candidati sui Libri delle matricole dovesse essere sottoscritta da tutti e tre o almeno due. I libri dovevano essere custoditi con diligenza dai tre consoli in una cassa con 3 serrature e ogni console ne aveva una chiave.
Inoltre i proventi dell’arte destinati alle opere dell’arte, dovevano essere custoditi e registrati su due libri tenuti uno dal mercante del Regno l’altro dal mercante forestiero. Dopo il 1523 si irrigidisce anche l’obbligo e l’osservanza delle regole. In caso di violazione sarebbero andati incontro a pene durissime: privazione dell’ufficio, interdizione da ogni carica dell’arte in futuro, multe pecuniarie e altre pene. Ci furono infrazioni soprattutto con i mercanti stranieri che non
abitavano a Napoli  ed erano molto interessati all’abolizione dei dazi doganali e le esenzioni fiscali. I consoli avrebbero esercitato l’ufficio senza percepire alcun compenso dagli immatricolati e avevano obbligo di ispezioni e effettuali controlli sulla regolarità della lavorazione della stoffa.

I mercanti solvevano funzioni commerciali e di coordinamento ed era vietato loro possesso di telai. I tessitori invece si occupavano della produzione dei tessuti e potevano investire in telai.
Inoltre a loro era affidato la formazione dei garzoni, il quale apprendistato iniziava a 14 anni e durava minimo 4 anni. Dopo i 4 anni era decisione del maestro se continuare a tenerli o lasciarli lavorare altrove. Il garzone, sempre presso il maestro, iniziava la formazione per diventare lavorante della seta per altri 6 mesi. Ogni lavorante aveva il divieto di abbandonare il maestro se non avesse finito le opere o il lavoro; ne i maestri ne i tessitori potevano assumere garzoni se non avessero la licenza rilasciata dai maestri d’origine.
I maestri tintori invece potevano liberamente svolgere il loro lavoro, ma solo su commissione dei mercanti, essendo loro severamente vietato acquistare seta e tingerla per proprio conto.
Nel 1523 i tessitori e maestri per rafforzare legame con tintori e filatori promossero l’istituzione di una confraternita, struttura con finalità religiose, mutualistiche e assistenziali. La confraternita aggregando intorno a se tessitori, tintori e filatori, trasferisce sul piano lavorativo i sentimenti di solidarietà cristiani.

Possibile trasferimento del fondo dell’Arte all’Archivio di Stato Il Conservatorio venne fuso, insieme con altri enti di pubblica beneficenza, in un unico raggruppamento, in forza della legge speciale del 2 agosto 1897 sul riordinamento delle opere assistenziali napoletane. In esecuzione di tale provvedimento, il prefetto di Napoli Casavola presentò al Ministero degli interni, nel giugno del 1898, un piano organico di riordino di dette opere, le quali - per giunta - versavano in uno stato di grave disordine amministrativo e funzionale.
A seguito delle predette proposte fu emanato il decreto regio del 18 giugno 1898, con cui, fra l'altro, gli istituti femminili di beneficenza vennero raggruppati in quattro organismi amministrativi, distinti in base alle loro finalità e alle condizioni sociali delle ricoverate. Al cosiddetto "primo gruppo" furono ascritti vari istituti, fra i quali il Conservatorio di Santa Rosa
dell'arte della lana e il Conservatorio dei Santi Filippo e Giacomo dell'arte della seta. Dopo alterne vicende e successivi accorpamenti e scorpori delle opere assistenziali napoletane, tutte le istituzioni del primo gruppo entrarono a far parte di un unico ente, denominato "Collegi riuniti per le figlie del popolo", il cui statuto venne approvato con decreto regio del 9 luglio 1931.
Su tale sfondo normativo, la legge 30 gennaio 1939 n. 283 - successivamente modificata dalla legge 17 luglio 1942 n. 995 - provvide all'ennesimo sforzo di riorganizzazione delle istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza della città di Napoli, mediante la costituzione di raggruppamenti di opere aventi finalità analoghe. Contestualmente all'applicazione della legge 995 del 1942, quindi, nell'ente Real Albergo dei Poveri furono incorporati: la Casa Paterna Ravaschieri, la Fondazione Armando Diaz, l'Opera Pia Cariffi in Sant'Arcangelo all'Arena, l'Opera Pia dei Santissimi Pietro e Gennaro Extra Moenia, l'Asilo Carlo van der Heuvel, l'Opera Pia Baldacchini e Gargano e, infine, i già nominati Collegi riuniti per le figlie del popolo. Detto raggruppamento, poi, venne unito con l'Istituto Vittorio Emanuele III e l'Asilo Regina Margherita,
andando a costituire i " Collegi Riuniti Principe di Napoli". Questi ultimi furono successivamente sciolti in forza dell'articolo 25, comma 5, del D.P.R. n. 616/77, avente come oggetto la "delega di cui all'art. n. 1 della legge 22 luglio 1975 n. 382", nonché in forza della successiva legge regionale di  applicazione n. 65 dell'11 novembre 1980. I beni e le funzioni degi enti raggruppati all'interno dei Collegi Riuniti Principe di Napoli vennero pertanto trasferiti al Comune di Napoli.

Tribunale dell’Arte della Seta
Situato sulla strada della Sellaria con buone carceri, il quale è retto da tre consoli eletti dalla comunità della medesima Arte. Origine da Ferrante nel 1465. La Sellaria è una delle più belle piazza di Napoli, ha due fontane, una in forma d’arco fatta dal Conte d’Ognatte presso le case che smattello dal fondaco dei tintori; l’altra in mezzo ov’è un Altlante, che sosteiene il mondo sullaspalle, fatta a tempo di Don Pietro de Toledo, statua di Giovanni da Nola, con delfini e conca e vicino alla fontana vi sono le carceri e il tribunale della seta. Da Napoli Nobilissima del Parrino fine’ 600/’700. (08/11/2018-ITL/ITNET)


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