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SICUREZZA SOCIALE - RAPPORTO CORTE DEI CONTI - ASSISTENZA: COINVOLGERE CHI NE EFFETTIVAMENTE BISOGNO, GENERARE WELFARE DI COMUNITA'

(2018-07-12)

  "La crisi ha prodotto una forte crescita della “domanda” di prestazioni assistenziali in modo particolarmente marcato in Italia, anche a motivo della durata, profondità e diffusione della recessione. Nel nostro Paese gli indici di disagio sociale hanno registrato incrementi notevoli: nel Rapporto della Corte dei Conti Presentato oggi si dà conto dell’aumento della povertà assoluta e di molti altri indicatori di difficoltà e disuguaglianza, dati che sono confermati dai recenti  aggiornamenti effettuati dall’Istat. Alla crescita della domanda di protezione, il nostro bilancio pubblico ha risposto con un tendenziale aumento dell’offerta nella fase immediatamente successiva all’inizio della Grande crisi; il processo è stato poi interrotto dall’emergere della crisi del debito e della seconda recessione.

L’aumento della spesa è ripreso a partire dal 2013: in dimensioni importanti, considerando il “bonus 80 euro” (che per convenzione contabile viene inserito nei trasferimenti assistenziali alle famiglie e rappresenta oggi quasi un quarto dei circa 40 miliardi di spesa assistenziale in denaro), assai più modeste al netto di questo effetto.

Più recentemente il legislatore sembra essersi mosso lungo un percorso iniziato negli anni precedenti (Carta acquisti e Sostegno per l’inclusione Attiva - SIA). Il 2017 è stato su questo fronte un anno incoraggiante: a marzo 2017 è stata presentata la legge delega per l’introduzione del REI; è stato quindi varato in settembre il correlato decreto attuativo (d.lgs. n. 147/2017); è stato infine approvato, nell’ambito della legge di bilancio 2018, un positivo consolidamento del medesimo REI attraverso un aumento dei trattamenti massimi, un’estensione della platea potenzialmente coinvolgibile e,
soprattutto, l’eliminazione, dal 1° luglio 2018, di una serie di vincoli che ne limitavano il desiderato carattere universale.

I primi dati Inps sul REI 2018 sono relativamente buoni. Peraltro, appare prematuro esprimersi sulla sua piena efficacia: lo strumento andrà infatti valutato, soprattutto, in base all’effettiva capacità di mettere in campo progetti di vita e lavoro in grado di fare uscire dal bisogno acuto i nuclei socialmente “esclusi”. Considerando unitariamente SIA e REI e valutando che, in quest’ultimo ambito, sono state avviate anche iniziative di alcune Regioni, il numero dei poveri
assoluti ora destinatari di un supporto minimo è, secondo le indicazioni dell’Inps, non distante dai 900 mila.

  Si tratta di un buon punto di partenza: pur volendo considerare che le cifre relative alla povertà assoluta stimate dall’Istat per il 2016-17 scontano una qualche componente ciclica e che quindi la povertà assoluta “strutturale” si colloca ad un livello inferiore ai circa 5 milioni stimati, appare evidente che l’obiettivo di aiutare una congrua quota di poveri assoluti (il tasso effettivo di coinvolgimento è in tutte le realtà internazionali sempre significativamente inferiore al 100 per cento) richiederà un importante sforzo finanziario supplementare, rispetto a risorse che pure sono cresciute
in misura incoraggiante .

Se i progressi sono indubitabili, la strada da percorrere resta lunga e molti sono i problemi aperti, fra tutti quello del residuo grado di frammentazione degli strumenti di intervento e della disomogenea capacità degli enti locali di offrire servizi sociali. Molti interventi assistenziali vengono ancora attivati non sulla base di una valutazione della situazione economica dell’intero nucleo familiare, ma spesso solo in base al reddito individuale, e talvolta solo a quello da lavoro. In tale quadro, il problema di un’appropriata finalizzazione delle risorse è tutt’altro che risolto. Già negli anni Novanta si era segnalata l’esigenza di dotarsi di uno strumento efficace ed efficiente per la misurazione delle condizioni economiche delle famiglie e il necessario screening delle persone effettivamente vulnerabili. In questi anni sono stati conseguiti risultati incoraggianti: del “nuovo ISEE” l’operatore pubblico dovrebbe fare un uso ben maggiore.

Un secondo ambito problematico, soprattutto per quel che attiene agli interventi che non si esauriscono in meri trasferimenti monetari, è quello dell’effettiva capacità di somministrazione di servizi e dunque quello delle differenziate capacità organizzative dei territori e del differente grado qualitativo dei servizi locali.

  In definitiva, il comparto della spesa pubblica per l’assistenza sembra orientato verso un assetto in linea con quanto raccomandato nelle analisi più condivise degli ultimi decenni e in ambito europeo. Si tratta, peraltro, di un aggiustamento al margine. In Italia, da tempo il settore della protezione sociale, considerato nella sua accezione lata
(previdenza, assistenza e sanità), avrebbe richiesto una ricomposizione delle risorse.

Aver operato correzioni al sistema pensionistico significative, ma a tappe, ed averlo fatto senza coinvolgere sin dalla metà degli anni Novanta l’intera platea dei pensionandi, ha impedito che il riassetto richiesto a favore di spese diverse da quelle per gli anziani potesse assumere il rilievo necessario.

Di conseguenza, il tratto che continua a contraddistinguere il comparto resta quello della ristrettezza di risorse anche se, probabilmente, vi è qualche spazio per una redistribuzione al suo interno, in primo luogo a favore del sottodimensionato segmento del contrasto all’esclusione sociale.

Principio guida dovrebbe essere l’individuazione dei beneficiari sulla base dell’appartenenza a nuclei familiari in situazioni economiche complessivamente fragili e riuscendo a coinvolgere chi ne ha effettivo bisogno. A ciò deve affiancarsi una maggiore attenzione verso l’effettiva capacità delle realtà locali di mettere in campo i previsti progetti in grado di portare le famiglie al di fuori dell’area della povertà, di generare un effettivo welfare di comunità anche attraverso l’attivazione di competenze multiple di cui i territori sono espressione (sul fronte educativo, della formazione e del collocamento professionale, sanitario, della sicurezza, ecc). Fondamentale sarà sotto questo aspetto il rapporto tra enti locali e terzo settore. (12/07/2018- ITL/ITNET)

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