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MIGRAZIONI - EMIGRAZIONE, IMMIGRAZIONE, COOPERAZIONE ED AMBIGUITA' DELLA "LIBERA CIRCOLAZIONE" A CURA DI RIDOLFO RICCI (FILEF) AMPIA ANALISI SULL'ATTUALITA' DEI FENOMENI MIGRATORI IN "CAMBIAILMONDO"

(2018-06-13)

  "Nell’analisi degli attuali fenomeni migratori e delle connesse questioni economico-sociali, giuridiche e politiche è opportuno richiamare alcuni aspetti di ordine storico e di approccio di indagine che consentano di ricostruire una unità di lettura dei fenomeni migratori in quanto effetti – e allo stesso tempo concause – dei mutamenti strutturali che li producono e che li alimentano.

Dal punto di vista giuridico, accanto al diritto di migrare o di libera circolazione, di accoglienza, di inserimento e di integrazione nei paesi ospiti (un diritto richiamato nei testi più antichi di tutte le civiltà: “ero straniero e mi hai accolto”), va recuperato il diritto – moderno – di poter vivere dignitosamente nei luoghi e paesi di origine, oppure di potervi tornare in condizioni e con opportunità di re-inserimento civile, sociale e lavorativo, dignitoso; senza questa possibilità il diritto ad una libera circolazione rischia di celare la forzatura all’espatrio, all’emigrazione forzata, qualità che purtroppo contraddistingue la quasi totalità degli esodi emigratori almeno negli ultimi due secoli."  e' L'incipit di un'ampia riflessione di Rodolfo Ricci, coordinatore Nazionale Filef, affidata alle pagine di "Cambiailmondo" , rivista che vuol essere uno strumento di discussione e di confronto nell’ attraversamento della crisi.

Prosegue Ricci nella sua analisi sulla quale auspica un'ampio confronto "L’attenzione univoca al diritto di spostamento e di stabilimento nasconde la ragione essenziale e profonda dei movimenti di masse di persone, innescati, oggi come ieri, dai movimenti paralleli di concentrazione di capitale, dallo sfruttamento incondizionato di grandi aree e territori periferici a vantaggio di quelli centrali e la necessità di disporre nei centri direzionali della produzione e della finanza di grandi quantità di risorse umane sottratte, senza alcuna contropartita, ai territori periferici di partenza.

Il fatto che non vi sia contropartita e cioè che le persone vengano acquisite dai paesi di accoglienza senza che allo stesso tempo si produca un flusso finanziario in senso inverso – che almeno in parte compensi l’appropriazione di capitale umano creato dai territori di partenza -, costituisce uno dei principali problemi per la comprensione degli effetti dei movimenti migratori, generalmente positivi per i paesi accettori – almeno nei periodi di crescita -, ma sempre negativi per le aree di partenza.

L’occultazione di questo fatto sotto la moderna cortina fumogena del diritto individuale e personale ad emigrare nasconde la realtà obiettiva dell’impoverimento delle aree di partenza causato dalle migrazioni, cioè di un capitale umano che viene trasferito, o regalato, ai paesi di arrivo.

Certo, vi sono dei rischi interpretativi nell’approccio qui proposto. Ma sono decisamente più gravi i rischi della sua ignoranza. Quando l’aggressione “estrattiva” ai territori periferici passa, dalle risorse “naturali” (terra coltivabile, acqua, risorse miniere, ecc.) al capitale umano, si assiste in realtà al massimo livello di sfruttamento e di appropriazione possibile. E al definitivo superamento della fase coloniale della storia contemporanea – contraddistinto dall’appropriazione e dal dominio dei territori – con quello del trasferimento ciclico delle fondamentali risorse dei territori coloniali dentro i centri direzionali dell’economia capitalistica in ragione delle sue necessità congiunturali. La politica di dominio si emancipa definitivamente, dalla rozza conquista delle terre, al trasferimento netto delle sue risorse, nella misura e nelle qualità storicamente determinate dalle necessità di valorizzazione del capitale. Questo passaggio costituisce un’innovazione decisiva. In un certo senso, costituisce la massimizzazione dell’appropriazione del valore lavoro in quanto concepito come risorsa naturale, analogamente a quello delle altre risorse naturali. Cioè come pura merce anonima, tra le altre merci. Ma si tratta della merce di maggior valore poiché è in grado di trasformare in oro tutto ciò che tocca…e la specificità, unica, del lavoro immigrato rispetto al lavoro autoctono è che esso non è costato niente a chi lo usa.

I fenomeni migratori contemporanei si sviluppano in un arco temporale abbastanza lungo di cui, spesso, emergono o si colgono solo i momenti parossistici e talvolta emergenziali della partenza (o dell’arrivo), mentre vengono tenuti in secondo ordine gli articolati e complessi processi di insediamento, inserimento e integrazione nelle società di arrivo e gli effetti – strutturali e duraturi – che essi producono a diversi livelli, sia sui paesi di arrivo e, molto di più, su quelli di partenza.

D’altra parte, nella discussione che si sviluppa all’interno delle società ospitanti, si registrano nel migliore dei casi, posizioni che privilegiano esclusivamente la questione del diritto individuale di movimento nel contesto dalla cosiddetta globalizzazione; in particolare nei settori dell’opinione pubblica con orientamento “progressista”, si sottolinea la questione del diritto di emigrare, del diritto all’accoglienza e di asilo, mentre si tende ad evitare una riflessione sugli effetti che l’arrivo di cittadini migranti produce all’interno delle società di accoglienza in particolare rispetto al mercato del lavoro locale (aumento della competizione e della segmentazione divisoria e piramidale del mercato del lavoro), e, di conseguenza, sui processi di difesa identitaria delle comunità locali che, allo stesso tempo, sollecitano una reazione contraria, anch’essa identitaria, delle etnie che si insediano, le quali sono giustamente restie ad una completa assimilazione culturale nelle società ospitanti.

Nei paesi ospitanti, l’analisi “progressista”dei processi migratori e dei suoi connessi e variegati effetti vengono in gran parte diluiti in una visione assimilatoria o di apertura ecumenica e paternalistica che non dà conto di quanto emerge qualora i processi di integrazione non funzionino a dovere – in particolari nelle fasi congiunturali di crisi – e che viene percepito dai settori più svantaggiati delle popolazioni autoctone con contrasto e rifiuto in quanto aggressione al proprio status sociale e identitario. Le rivolte delle banlieu francesi prima e, a distanza di un decennio, l’emergere di una posticcia identità islamica radicale nell’area franco-belga in concomitanza con la nascita del Daesh in Siria e in Iraq sono esempi di queste dinamiche. Le reazioni xenofobe e neo razziste in tutta Europa (e negli Usa) ne costituiscono gli effetti macroscopici in un momento di crisi economica che non accenna a risolversi e in cui le prospettive di crescita dell’occupazione e ridistribuzione dei redditi sono stati annichiliti dalle misure di austerità e dalla progressiva riduzione – e privatizzazione – dei sistemi di welfare.

Allo stesso tempo, ciò che non si registra – o che non viene alla luce  in questa discussione – è la prospettiva di lettura dei paesi erogatori dei flussi emigratori verso il nord del mondo. Ciò significa che per molti versi, “ce la cantiamo e ce la suoniamo”, o per essere più prosaici, che tutta la vicenda delle migrazioni internazionali continua ad essere interpretata da un’unica ottica o punto visuale – quello dei paesi ospitanti -, o, per essere più precisi, quello delle loro classi dirigenti, parte delle quali, in ragione dei rispettivi interessi, cavalca un generico diritto di mobilità, mentre la parte avversa stimola l’onda xenofoba.

Soltanto quando il corso storico degli eventi fa passare un paese da fruitore ad erogatore di flussi emigratori si riconquista un equilibrio di analisi in grado di compendiare le due facce della medaglia: è il caso dell’Italia negli anni dieci del XXI secolo.... (https://cambiailmondo.org/2018/06/12/immigrazione-emigrazione-cooperazione/  ).(13/06/2018-ITL/ITNET)

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