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ITALIANI E ITALIANI ALL'ESTERO - EUROPA - DASSU' (ASPENIA) "CAPACITA' GOVERNO PROCESSI MIGRATORI NON CORRISPONDE SOLO A INTERESSI ITALIANI...QUALE SARA' PESO CONTRATTUALE ITALIA ? RIUSCIRA' A SEGNARE ALTERNATIVA RIFORMA UE ?

(2018-06-11)

  "Il dibattito vero sul rapporto Italia-Europa riguarda le modalità con cui un paese come il nostro – terza economia europea, in una posizione geopolitica delicata ai confini mediterranei dell’UE - può riuscire ad esercitare la propria influenza sulle decisioni collettive. Minacciare l’uso di un’arma nucleare (Italexit) danneggerebbe l’Italia prima dell’Europa: la complicata formazione del governo Conte è servita a chiarire in anticipo questo punto. D’altra parte, un’Italia che voglia allentare in modo unilaterale i vincoli europei verrà colpita dai mercati prima che dall’UE.

Rimane in effetti una sola scelta sensata: concepire una politica europea degna di questo nome. Può sembrare una conclusione paradossale, in epoca sovranista. Ma la realtà è che contrapporre sovranismo ed europeismo falsa il problema: è dentro all’UE, non fuori, che l’Italia deve riuscire a difendere i propri interessi nazionali. Come e con quale strategia negoziale è la decisione che la nuova coalizione di governo deve assumere rapidamente." A riflettere in questi termini sulla "caldissima" questione immigrazione è Marta Dassu' Direttore editoriale di Aspenia, 

Un atteggiamento di questo genere – consapevole dei rischi di una uscita unilaterale dall’euro ma rivolto a fare pesare le priorità dell’Italia più di quanto non sia avvenuto fino ad oggi - corrisponde alle inclinazioni dell’opinione pubblica, largamente contraria alla difesa dello status quo in Europa: l’Italia, indica Eurobarometro, è il paese più insoddisfatto, dopo la Grecia, del modo in cui l’UE sta gestendo le questioni economiche (il 60% circa) e soprattutto le questioni migratorie (l’80%). Come scrive il politologo Ivan Krastev (“After Europe”), questo secondo tema – più dell’euro – ha radicalmente cambiato le dinamiche politiche in Europa, alimentando pulsioni populiste e nazionaliste.

E’ un trend che ha interessato prima la periferia orientale dell’Europa, il cosiddetto gruppo di Visegrad; ha poi investito la Gran Bretagna, dove il problema migratorio (vero o percepito) ha contribuito largamente alla vittoria di Brexit e sta adesso toccando l’Italia, ossia il cuore dell’Unione Europea. Da questo punto di vista, un aumento della capacità europea di governare i processi migratori non corrisponde solo agli interessi nazionali di un paese esposto come l’Italia; è indispensabile per prevenire una graduale implosione dell’UE.

Esistono gli spazi perché l’Italia riesca ad ottenere dai partner europei qualcosa di più in questo settore? E quali sono le alleanze possibili? Funzionari italiani sostengono che anche il governo Gentiloni era pronto a bocciare una riforma del regolamento di Dublino che non risolve i problemi dell’Italia: gli oneri dell’accoglienza continuerebbero a pesare sui paesi di primo ingresso ed è esclusa qualunque forma di “ricollocazione”. Il fattore nuovo è che Matteo Salvini, come Ministro degli Interni, sembra scambiare quella che è una convergenza tattica con i paesi di Visegrad - i più contrari in assoluto a qualunque solidarietà europea in materia di immigrazione - per un’intesa strategica.

Un’alleanza con Viktor Orban, se valutata in base agli interessi nazionali dell’Italia e non ad affinità ideologiche che lasciano sempre il tempo che trovano in politica estera, non ha davvero alcun senso. Lascerebbe l’Italia isolata, come rischia in parte di accadere sul dossier Russia. Può darsi che le dichiarazioni estemporanee di Trump sull’esigenza di riportare Putin al tavolo del G7/G8 offrano qualche margine in più all’Italia, che aspira da sempre a proporsi come canale di dialogo fra il mondo euro-atlantico e Mosca. Il punto è che per essere minimamente credibile, l’Italia non può giocarsi, con strappi unilaterali (sanzioni), l’aggancio occidentale - o ciò che ne rimane.

Tornando alle questioni migratorie, più che guardare a Visegrad l’Italia dovrebbe guardare con maggiore attenzione alla Germania. A giudicare dalla recente intervista di Angela Merkel alla Frankfurter Allgemeine, Berlino sembra disposta a contemplare, nonostante la debolezza interna della coalizione, passi avanti importanti sul diritto d’asilo: l’armonizzazione europea e strumenti congiunti per garantire sia il controllo delle frontiere che la politica dei rimpatri.

Le alleanze cambiano sulla gestione dell’euro-zona. Qui la Germania continua a difendere – l’intervista di Merkel lo conferma – aggiustamenti graduali che non modificano gli squilibri attuali, incluso il surplus tedesco; e che non scalfiscono la netta prevalenza dei grandi creditori sui grandi debitori. L’Italia, che avrebbe bisogno di misure di condivisione del rischio (a partire da un’Assicurazione comune sui depositi bancari) dovrà piuttosto cercare una convergenza con la Francia. Ma avendo chiaro che Parigi non sceglierà mai un’alleanza con Roma (o con la Madrid del dopo Rajoy) a scapito dei rapporti con Berlino.

Come si vede, la politica europea è un affare maledettamente complicato. Si può anche sostenere che il nostro paese abbia avuto per anni un peso contrattuale inferiore alle sue possibilità. La sfida tuttavia è di aumentarlo, non di distruggerlo. Il nuovo governo deve avere chiari i vincoli di un paese ad alto debito pubblico: la credibilita’ nazionale è un requisito irrinunciabile. Deve essere consapevole che, per ottenere risultati concreti a Bruxelles, serve uno sforzo preciso e molto più consistente di tutti i livelli dell’amministrazione italiana: la sfida della sovranità si vince così, non con un ripiegamento domestico. E vanno perseguite appunto le alleanze corrette sui singoli dossier, tenendo conto che, nel dopo Brexit, gli allineamenti fra paesi sono molto più mobili e l’asse tra Francia e Germania è meno solido del previsto. 

Mentre l’Italia vive un cambiamento politico radicale, il resto d’Europa deve trarre la lezione giusta dall’ascesa al governo, in un grande paese fondatore, di partiti così distanti dall’europeismo tradizionale.  L’Italia ha naturalmente una responsabilità primaria nella costruzione del proprio futuro, ma quel che avverrà del suo caso sarà, per l’Europa, più rilevante di Brexit: potrà segnare l’alternativa tra una riforma indispensabile dell’Unione e la sua graduale disgregazione". conclude l'ex Sottosegretario al Ministero degli Affari Esteri Italiano, consegnando al Governo sovranista-populista l'onere del cambiamento.(11/06/2018-ITL/ITNET) 

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