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ECONOMIA ITALIANA -INDUSTRIA ALIMENTARE - EXPORT 25% FATTURATO TOTALE. RIPRESA PRODUTTIVA SOTTO LIVELLO PRE CRISI. STAGNANO CONSUMI INTERNI. MADE IN ITALY NON ESENTE FATTORI INTERNAZIONALI

(2018-04-10)

  Il 2017 ha ampiamente confermato in chiusura i profili di rilancio che si erano affacciati nel corso dell’anno. La produzione alimentare 2017 ha segnato un aumento del +1,7% sull’anno precedente. Il passo ha accelerato dopo il +1,1% del 2016. Lo ha sottolineato oggi Federalimentare alla conferenza stampa di presentazione della XIX Edizione di Cibus 2018.

La ripresa produttiva è inconfutabile, e consente al settore di recuperare sostanzialmente il livello di produzione del 2007, ultimo anno pre-crisi. A fianco, la produzione industriale nel suo complesso, malgrado il buon +3,0% registrato a consuntivo 2017, rimane ancora 19 punti sotto il livello pre-crisi.

Il fatturato del settore fa un balzo superiore alle aspettative. Dopo quattro anni di stop a quota 132 miliardi, la combinazione del citato aumento di produzione e di un aumento dei prezzi alimentari alla produzione del +2,0% in media d’anno porta la
stima del fatturato 2017 a quota 137 miliardi, con un aumento del +3,8% sul 2016.

L’export 2017 dell’industria alimentare raggiunge la quota di 31,9 miliardi di euro, con un aumento del +6,3% sul 2016, un filo inferiore ai tendenziali immediatamente precedenti. Le performance sul passo lungo dell’industria alimentare sono state
largamente premianti. Negli ultimi dieci anni l’export ha segnato un aumento del +75,7%, contro il +24,7% del totale industria. Ne esce un differenziale di 51 punti.

L’export delle indicazioni geografiche protette ha registrato nel decennio un aumento del +140%, quasi doppio rispetto al passo messo a segno in parallelo dall’industria alimentare nel suo complesso. L’incidenza export/fatturato 2017 raggiunge il 23,4%, avvicinandosi a un quarto del fatturato, maturando altresì un salto di dieci punti percentuali rispetto alle incidenze export-fatturato poco superiori al 13% registrate all’inizio dello scorso decennio. Crescite dell’export a due cifre nel confronto
2017/16 sono state messe a segno dai comparti delle acquaviti e liquori, lattierocaseario e dolciario.

Nell’ambito dei primi venti mercati, le performance più vistose sono state registrate, nell’ordine, a dispetto dell’embargo, dalla Russia, con un tasso  del +28%, e poi dalla Cina, con un tasso del +19%, seguita da Spagna (+16%) e Polonia (+13%).
Import 22 miliardi di euro

L’import 2017 di settore chiude a quota 22 miliardi, con un aumento del +6,0% sull’anno precedente, analogo a quello dell’export. Ne esce un saldo attivo di 9,9 miliardi, in aumento del +7,0% su quello del 2016.

Le vendite alimentari 2017 chiudono con un +0,8% in valore e un -1,0% in volume, confermando una perdurante stagnazione. Le vendite “non” alimentari 2017 hanno segnato, in parallelo, un -0,1% in valore e un -0,2% in volume. Dai confronti valore/volume emerge chiaramente che i prezzi, l’anno scorso, hanno corso di più nel mondo alimentare. E che la pressione sui costi del settore alimentare (i prezzi alla produzione sono aumentati del +2,0% nel confronto 2017/16) si è riversata interamente al consumo. Essa va monitorata attentamente, anche perché potrebbe indebolire i fragili profili di ripresa attesi sul mercato. Intanto, gli ultimi dati sull’inflazione indicano che essa, a marzo, ha segnato un tendenziale del +0,9%. Ne
esce un netto taglio rispetto ai trend di metà 2017 (era al +1,5% nel giugno scorso), col rischio di riavvicinarsi ai trend di “quasi deflazione” del triennio 2014-16. In ogni caso, è evidente che una inflazione così bassa (anche se l’alimentare ha segnato a marzo un tendenziale maggiore, pari al +1,3%) non incentiva a sufficienza il mercato.

La fiducia del consumatore rimane ancora modesta. Il recupero legato alla crescita in atto dell’occupazione si gioca ancora in gran parte sul precariato. Per cui, la connessa crescita di capacità di acquisto entra con prudenza in circolo e non lubrifica come auspicato i meccanismi di spesa. È questo il freno principale allo sviluppo. Emerge inoltre una netta polarizzazione dei consumi, con crescite dei segmenti low cost e premium e conseguente, pericoloso schiacciamento del segmento centrale: la classe media.

Le previsioni 2018 dell’industria alimentare sono intonate a un cauto ottimismo. Il fatturato 2017 di settore, dopo essere salito a quota 137 miliardi, continuerà a crescere. L’export, in assenza di forti turbative internazionali, dovrebbe confermare il trend 2017, per posizionarsi su un passo, quanto meno, attorno al +5-6%. Il rallentamento che ha mostrato nell’ultimo bimestre 2017 non configura una velocità di uscita esaltante, ma c’è tempo per ritrovare vigore. Per questo le previsioni sono prudenti. Le vendite alimentari interne, infine, potrebbero assistere finalmente a una marginale ripresa in volume e valore.
Ma in materia si può fare realistico affidamento, al massimo, su progressi dell’ordine degli “zero virgola”. In pratica, le vendite interne 2018 potrebbero associarsi, seppure in modo marginale, ai progressi di produzione ed export.

Per la prima volta quindi tutti i principali parametri dovrebbero mostrare in varia misura, senza eccezioni, dinamiche espansive. Molto dipenderà comunque dalle misure governative. Eventuali ritocchi IVA, anche limitati, potrebbero infatti “gelare” nuovamente un mercato interno ancora fragile e molto volatile. Mentre un nuovo freno psicologico per la fiducia del consumatore potrebbe collegarsi alle perduranti, incerte prospettive del quadro politico.

Gli obiettivi dell’industria alimentare sono diretti alla sempre maggiore promozione del modello alimentare italiano e delle sue ricchissime proposte eno-gastronomiche sui mercati del mondo. La stagnazione del mercato interno impone, più che mai, di
cercare oltre frontiera gli spazi di sviluppo di cui il settore ha bisogno. I successi non mancano. L’export del food ad beverage italiano è cresciuto nell’ultimo decennio, come sopra ricordato, con un passo superiore di ben 51 punti a quello messo a segno
in parallelo dalle esportazioni nazionali nel loro complesso. Così nel 2020 gli obiettivi centrati dovrebbero essere due. Da un lato, il raggiungimento di una quota di export agroalimentare attorno ai 50 miliardi, come indicato durante l’Expo.

Dall’altro, il raggiungimento di una incidenza del fatturato export sul fatturato totale dell’industria alimentare pari finalmente al 25%: un quarto del totale. Non è poco, considerando che venti anni fa tale incidenza navigava attorno al 12%. D’altra parte,
va pure ricordato che l’industria manifatturiera italiana mostra una proiezione esportatrice stabilizzata da anni attorno al 37%. Sono confronti che evidenziano le grandi potenzialità ancora inespresse dal food and beverage nazionale, e la necessità che la sua rincorsa non venga frenata da ostacoli impropri, come invece sta succedendo. Tra di essi, purtroppo, vanno annoverati, oltre ai noti e macroscopici fenomeni della contraffazione e dell’Italian Sounding, gli ostacoli non tariffari, che stanno aumentando ovunque, per lo più con pretestuose misure igienico-sanitarie, e quelli tariffari, che mostravano minore irrequietudine fino a qualche tempo fa, e stanno riesplodendo in modo pericoloso.
Il riferimento è all'inasprimento dei daziari decisi dall’Amministrazione Trump, oltre che al perdurare intollerabile dell’embargo su un mercato strategico ed estremamente promettente come quello russo.

Purtroppo - sottolinea Federalimentare - il Made in Italy alimentare non è immune da pericoli: la sua vulnerabilità è evidente e va tenuta ben presente. Le sue enormi potenzialità e la “rincorsa” prima accennata lo espongono, infatti, in modo speciale ai turbamenti degli scenari internazionali. Esso, in conclusione, vanta standard qualitativi estremamente elevati, non cerca “protezioni”. Chiede di contare su sostegni promozionali adeguati, e di potersi muovere in un contesto internazionale aperto,
costruito su regole concorrenziali trasparenti e corrette.(10/04/2018-ITL/ITNET)

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