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LAVORO - 50.mo ACLI - I GIOVANI DI FRONTE AL LAVORO: LA TUTELA SINDACALE: UN GIOVANE SU 10 RICORRE AL SINDACATO. PER 29,3% IN ITALIA E 37% ALL'ESTERO PIU' VALIDA AUTO-ORGANIZZAZIONE TRA LAVORATORI.

(2017-09-12)

  Di particolare interesse nell'ambito della Ricerca IREF, la cui anteprima (http://www.italiannetwork.it/news.aspx?ln=it&id=48545)  è stata presentata oggi a Roma dalle ACLI in vista del 50.mo incontro di studi delle acli che si svolgerà a Napoli il 14 e 15 settembre, la crisi di una “certa idea” di sindacato.

Alla luce delle difficoltà di affermazione dei propri diritti nel mondo del lavoro, la ricerca si è domandata quale sia il ricorso dei giovani al sindacato. La risposta emersa ha registrato un debole ricorso al sindacato Anche il più organizzato e rappresentativo ha raccolto consensi veramente molto esigui : solo un giovane su dieci ritiene che le organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori possano fare qualcosa per difendere il lavoro (11,1%).

Il dato anche scomposto per le diverse condizioni di vita degli intervistati si mantiene su livelli bassi, compresi tra il 7,1% degli expat non laureati e il 14,7% degli expat laureati, anche tra i giovani che vivono in Italia la percentuale non supera il 13%. La credibilità delle organizzazioni sindacali nei confronti dei giovani è limitatissima: il dato sembra essere una conferma abbastanza inequivocabile della tesi del conflitto generazionale.

Un complemento abbastanza preoccupante della sfiducia nel sindacato è il consenso che ottiene l’affermazione relativa all’impossibilità di difendere il posto di lavoro: per quasi il 40% degli intervistati, l’attuale funzionamento del mercato del lavoro, rende inutile qualsiasi azione di tutela del lavoro. Spicca su tutto una profonda disillusione, quasi una resa alle leggi della domanda e dell’offerta: il lavoro è una merce come tutte le altre, sembrano dire gli intervistati.

A ben vedere però la disillusione si gradua secondo le diverse condizioni di vita degli intervistati, in seconda battuta è meno forte tra coloro che possiedono un titolo di studio superiore. I dati difatti mostrano che tra i giovani all’estero il dato scende di molto, arrivando al 24,2% tra i laureati e al 30,6% tra i non laureati.

Anche guardando ai giovani residenti in Italia si nota l’influsso, meno marcato ma ben visibile, delle risorse culturali: i non laureati sono più disillusi, soprattutto se vivono fuori dalla famiglia: in questo particolare sottogruppo ben il 53,6% degli intervistati afferma che oggi non c’è modo di difendere il proprio posto di lavoro. Non è difficile immaginare quali siano le preoccupazioni che occupano la testa di questi ragazzi: hanno sulle proprie spalle la responsabilità di far andare avanti un progetto autonomo di vita, pensano di avere una posizione non particolarmente forte nel mercato del lavoro per cui si sentono in balia degli eventi.

Lo scenario abbastanza desolante appena descritto, può essere mitigato considerando i risultati ottenuti dalla modalità di risposta che faceva riferimento all’opzione dell’auto-organizzazione tra lavoratori. Nel complesso, il 29,3% dei giovani intervistati ritiene l’azione diretta coordinata con quella degli altri lavoratori una strada percorribile. Questa preferenza fa il paio con la sfiducia nel sindacato: la mediazione delle organizzazioni di rappresentanza è considerata inefficace perché priva del supporto e della forza necessaria.

Si afferma : la difesa del lavoro non è questione di tavoli, accordi, documenti e dichiarazioni ufficiali, serve l’azione diretta. Un attivismo che non è improprio legare ai diversi episodi di protesta, anche estremi e con risvolti drammatici, che hanno visto i lavoratori stessi, senza troppe
mediazioni sindacali, attuare delle forme di resistenza e contrapposizione.

Anche in questo caso, è abbastanza chiaro il ruolo positivo dell’esperienza di vita all’estero e del titolo di studio nel supportare la fiducia nell’auto-organizzazione: tra i laureati che vivono all’estero il dato passa dal 29% al 37%, tra i laureati in residenti in Italia 35% e 33%
a seconda che l’intervistato viva o meno per conto proprio. Come in precedenza, l’atteggiamento pro-attivo è rafforzato dal vivere una condizione lavorativa percepita come positiva (35,5%).(12/09/2017-ITL/ITNET)

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