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LAVORO - 50mo INCONTRO STUDI ACLI: I GIOVANI ITALIANI EXPAT E SECONDE GENERAZIONI VIVONO IN UNA CONDIZIONE TRA RICATTO E RI(S)CATTO DEL PRESENTE

(2017-09-12)

  Giovani italiani, expat e seconde generazioni di fronte al lavoro e al cambiamento delle prospettive generazionali vivono una condizione  tra ricatto e riscatto: questo l’adattamento dei giovani a un mercato del lavoro che li penalizza: è quanto afferma una ricerca IREF presentata oggi dalle ACLI, base del confronto del 50.mo incontro di studi del movimento.  E la condizione dei giovani nel mercato del lavoro è, d'altra parte, una delle questioni sociali maggiormente  dibattute e indagate.

È ormai entrata nel senso comune l’idea che i giovani siano il soggetto maggiormente penalizzato dalla recessione economica iniziata nel 2008. Il tono degli studi e delle analisi è sovente allarmato, se non indignato, poiché una parte consistente dei giovani italiani è fuori dai tipici meccanismi d’inclusione socio-lavorativa. L’attenzione pubblica data ai giovani NEET è a riguardo l’esempio più eclatante. Ma la ricerca, pur non volendo
minimizzare la gravità della situazione, anzi assumendola come punto di partenza della riflessione, si propone di andare al di là dell’allarme sociale ribaltando la prospettiva.

Di solito si studiano le forze strutturali che condizionano in negativo le opportunità dei giovani, “Il ri(s)catto del presente” invece adotta un punto di vista opposto, centrato sulle capacità di risposta dei giovani di fronte alla crisi. Ovvero come interpretano la propria condizione occupazionale i giovani italiani? Cosa ne pensano del loro presente e del futuro lavorativo? Cosa cercano nel lavoro?

Lo studio quantitativo condotto su oltre 2500 ragazzi  tramite una piattaforma di web-survey nel periodo compreso tra aprile e giugno 2017 ha evidenziato che i ragazzi tra i 18 e i 29 anni, i nati negli anni ’90 per intendersi, sono una generazione che si trova a far fronte a diffuse difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro: gli indicatori macro evidenziano una sistematica penalizzazione dei giovani sia rispetto all’accesso al lavoro, sia per quel che riguarda le condizioni lavorative.
Tanto che, in estrema sintesi,  "per mantenere il posto di lavoro si è disposti a lavorare di più, anche nei festivi, e a rinunciare alle ferie fino ad arrivare al lavoro ‘in nero’.  Pur di non farsi licenziare il 27% dei giovani intervistati rinuncerebbe ai giorni festivi, il 16% farebbe a meno delle ferie, il 12% a una parte dello stipendio e il 10% ai giorni di malattia.

L''indagine è partita da due dimensioni : la  scelta di trasferirsi all’estero da parte dei cosiddetti expat. L'altra  le cosiddette seconde generazioni (G2), ovvero i ragazzi nati da genitori immigrati in Italia. In generale la condizione dei giovani under 30.

Nel complesso l’indagine ha raggiunto più di 2500 ragazzi: 1755 sono i giovani italiani (69,7%), 535 i ragazzi che vivono all’estero dal almeno sei mesi, i cosiddetti “expat” (21,2%) e 229 i giovani figli di entrambe i genitori stranieri (9,1%).

L’esperienza lavorativa: soddisfazione e prospettive di carriera

Sul totale del campione gli occupati sono il 69%  Un quinto dei ragazzi è impegnato in una professione a elevata specializzazione; una porzione simile del campione invece svolge una professione tecnica. Con proporzioni numeriche simili (attorno al 25%) ci sono poi i giovani che svolgono professioni esecutive nel lavoro d’ufficio (gli impiegati per intenderci) e i ragazzi occupati nel commercio e nei servizi (commessi, camerieri, cuochi, cassieri, ecc). Gli operai sono l’8%.
I fattori che diversificano la collocazione lavorativa degli intervistati sono il titolo di studio terziario e la mobilità territoriale.

La condizione professionale ci mostra che l’influenza del titolo di studio è positiva sia per i laureati che vivono in Italia sia per quelli che vivono
all’estero, ovviamente con delle sostanziali differenze tra i due sottogruppi.
La maggioranza dei laureati si colloca tra le professioni più specializzate, mentre la quota più alta dei meno istruiti scivola verso le professioni meno qualificate. Se osserviamo con più attenzione la condizione dei laureati si diversifica: il 62,9% di quelli che lavorano all’estero sono nelle
posizioni più qualificate, contro il 33,3% di quelli che lavorano in Italia e vivono da soli, in posizione un po’ meno comoda si trovano i laureati che vivono in famiglia al 27,1% - entrambi comunque ben al disopra della quota totale tra gli intervistati: il 20,9%. Se si mettono a fuoco le professioni tecniche, troviamo dove finisce l’altra quota importante di laureati italiani 28,6% tra quelli che vivono da soli e 23,4% tra i laureati in famiglia.

Si evidenzia qui il problema di overskilling tra i giovani che lavorano in Italia, che poi fa slittare tutte le altre posizioni lavorative verso la dequalificazione.

La mobilità è invece determinante nell’indicare la soddisfazione sul lavoro. Una delle componenti più rilevanti della soddisfazione è la retribuzione.
È soddisfatto della retribuzione percepita il 69% dei giovani contattati.
La percentuale varia in modo significativo per il combinato di professione e luogo dove viene svolta (Italia o Estero). I lavoratori high skilled occupati in Italia dichiarano di guadagnare troppo poco nel 77,2% dei casi, quelli attivi in un paese estero solo nel 43,1% dei casi. La differenza si fa meno marcata scendendo nella scala occupazionale, i circa 35 punti percentuali di scarto scendono a più o meno 10 punti nelle professioni tecniche, esecutive e del commercio. Il premio retributivo del lavorare all’estero è dunque consistente, soprattutto per le professionalità più elevate, si mantiene comunque significativo anche tra le professioni meno qualificate.

Continuando a sondare le componenti della soddisfazione lavorativa, è probante confrontare il giudizio complessivo sul lavoro espresso dagli intervistati tramite una domanda molto semplice: cosa ne pensi del tuo lavoro attuale? È il lavoro ideale, è un lavoro che non ti dispiace oppure ti sei dovuto accontentare?

Le differenze tra i tre target d’indagine sono marcate. Afferma di fare il lavoro ideale il 38% degli expat a fronte del 28,2% degli italiani e del 22% delle seconde generazioni. È moderatamente soddisfatto, ossia il lavoro non dispiace, il 42,7% degli expat e il 42,8% dei giovani italiani. Le G2 si caratterizzano invece per una quota molto alta di intervistati che affermano di essersi dovuti accontentare, 47,5% laddove tra gli italiani all’estero il dato è più basso di oltre 25 punti. Fatta eccezione per le seconde generazioni, su questo item il divario tra Italia e Estero è più contenuto (29% Vs. 19%).

Un’altra indicazione sulla condizione lavorativa la apprendiamo da come i giovani che hanno partecipato all’indagine definiscono la propria carriera lavorativa
Un gruppo considerevole (44,9%) sostiene di non avere una carriera ma solo un lavoro, mentre per un intervistato su tre il percorso lavorativo è stata una continua progressione (32,7%). Un quinto del campione, infine, pensa di essere sulle “montagne russe”, in un continuo saliscendi professionale (20,8%).
Se confrontiamo le risposte con la condizione biografica verifichiamo ancora una volta l’importanza dell’esperienza all’estero: fuori dall’Italia, sia i laureati (55,7%) sia i non laureati (44,6%) definiscono la loro carriera come una continua progressione.

I laureati che vivono in Italia invece si distinguono perché si sentono di stare sulle “montagne russe” (per il 25,4% dei laureati che vivono da soli e per il 24,8% di quelli che vivono in famiglia). Sono poi i non laureati che lavorano in Italia a evidenziare una difficoltà di avere una prospettiva (il 57,7% di chi vive da solo e il 52,7% di chi vive in famiglia sostengono di non avere una carriera, ma solo un lavoro). Dunque si evincono due elementi: ancora una volta risulta determinante la mobilità e – cosa grave – per un folto gruppo di giovani il lavoro non ha una prospettiva di carriera.

Mancati accoppiamenti formazione-lavoro

La soddisfazione lavorativa, così come le retribuzioni e in generale le carriere, dipendono in buona parte dalla possibilità di mettere a valore il proprio capitale umano sul mercato del lavoro, ovvero di trovare un valido accoppiamento tra competenze possedute, posizione lavorativa e, di conseguenza, retribuzione. Per dare una misura dell’ampiezza del problema è sufficiente considerare questo dato il 43,8% dei giovani intervistati afferma di aver fatto un percorso di studi rivelatosi poco o per nulla utile nello svolgimento del lavoro attuale. Nei tre target di indagine la percentuale varia abbastanza, scende al 39,9% tra i giovani all’estero e sale al 50,4% tra le seconde generazioni.

A ciò occorre aggiungere che il 42,4% degli intervistati è in qualche modo pentito delle scelte formative fatte in passato, tale percentuale ovviamente aumenta tra i ragazzi che svolgono un lavoro per il quale il titolo di studio che hanno è inutile (56,7%). Questi dati pongono in primo piano la questione dell’orientamento: prevenire i mismatch formazione- lavoro è una strategia che promette risultati migliori del semplice tentativo di ricomposizione in sede di incontro tra domanda e offerta di lavoro. In altre parole, per prevenire le asimmetrie sono necessarie scelte formative più consapevoli e informate. (12/09/2017-ITL/ITNET)

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