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AMBIENTE - IL SENATO ITALIANO A PARIGI - FEDELI(V.PRES.): CIASCUNO DEVE ASSUMERSI LE PROPRIE RESPONSABILITA' "
(2015-12-10)
"Per partecipare in rappresentanza del Senato alle sessioni di lavoro della Riunione Interparlamentare, in occasione della Conferenza ONU sui cambiamenti climatici, ho portato con me a Parigi il monito scritto, qualche anno fa, dall'economista Jeffrey Sachs, direttore dell'Earth Institute alla Columbia University: “La sfida fondamentale del XXI secolo sarà prendere atto che l’umanità condivide un destino comune in un pianeta affollato” A raccontarlo è la vice presidente del Senato Valeria Fedeli in una riflessione sul vertice di Parigi ormai agli sgoccioli.
"Un monito - prosegue Fedeli - che sembra trovare riscontri fin dalle parole inaugurali di Hollande e di Obama in questo vertice, ma anche nell'ultimo sondaggio Swg, che evidenzia una forte consapevolezza diffusa tra gli italiani: 4 su 5 favorevoli a dazi sulle merci provenienti dai Paesi che inquinano di più, quasi 5 su 6 disponibili a boicottare i prodotti provenienti dai Paesi che non rispettano gli accordi sul clima, quasi 5 su 6 disponibili a boicottare i prodotti di aziende che delocalizzano le proprie produzioni in Paesi più tolleranti verso l'inquinamento, il 78% favorevole alla certificazione dei prodotti ecologici, e il 70% disponibili a spendere di più per acquistare prodotti di imprese certificate per il loro basso impatto ambientale.
Questa nuova consapevolezza, finalmente diffusa, è un ottimo punto di partenza per non ripetere gli errori passati. A 18 anni dal protocollo di Kyoto, la COP21, per molti “l’ultima spiaggia”, è partita col piede giusto, con un’attenzione sui media e nella società civile all’altezza della crucialità del momento e con una prima bozza di accordo adottata all'unanimità dall'Unione Interparlamentare.
"Riteniamo indispensabile - è scritto nel documento - che l'accordo di Parigi sia un accordo da parte di tutti e per tutti, un accordo equo, durevole e dinamico per combattere in modo efficace e accelerare l'azione contro il cambiamento climatico nel corso dei prossimi decenni. Questo accordo deve tener conto delle esigenze e delle capacità dei Paesi in via di sviluppo, in particolare i paesi più poveri e vulnerabili".
Si tratta dunque di un impegno politico importante, che "sulla base di comuni ma differenziate responsabilità" fa riferimento a disposizioni in grado di dare priorità al finanziamento della transizione verso basse emissioni di carbonio ed economie resilienti al cambiamento climatico: "Sottolineiamo la necessità di intensificare la mobilitazione di risorse finanziarie per raggiungere l'obiettivo fissato a Copenaghen di raccogliere 100 miliardi di dollari ogni anno in fondi pubblici e privati entro il 2020. Fondo la cui creazione è stata decisa per il finanziamento di questa transizione nei Paesi in via di sviluppo".
Un accordo, quello di Parigi, che dovrà essere pienamente coerente con gli Obiettivi di sviluppo del Millennio adottati a New York il 25 settembre 2015 e con l'accordo di Sendai per la riduzione del Rischio di Disastro, adottato il 18 marzo 2015, e che impegna direttamente i parlamenti dei singoli Stati ad agire per l'attuazione dell'accordo che sarà firmato: "I parlamentari hanno un ruolo essenziale da svolgere nel contribuire al successo delle politiche volte a contrastare il cambiamento climatico", è riportato nel punto 20 del documento: "essi condividono parte della responsabilità per la loro effettiva attuazione; nello sviluppo, l'adozione e la modifica della legislazione, in sede di approvazione dei bilanci nazionali e della responsabilizzazione dei governi, che sono una parte fondamentale del processo per applicare efficacemente gli accordi".
Gli scenari per il 2100, senza interventi urgenti e decisi, sono inquietanti: un aumento tra i 3/6° delle temperature medie, l’innalzamento di due metri del livello del mare, 200mln di possibili rifugiati climatici, un aumento del 50% del fabbisogno energetico mondiale. Eppure la lotta contro il cambiamento climatico non può essere un ostacolo allo sviluppo: la crescita e la sostenibilità dello sviluppo sono due sfide fortemente interconnesse. Ecco perché la COP21 è così importante.
Il rapporto del Germanwatch, Climate Change Performance Index, che ha classificato i 58 Paesi che rappresentano oltre il 90% delle emissioni, ha confermato che la Danimarca è il Paese più virtuoso, ma anche che è impossibile assegnare le prime tre posizioni, perché nessun Paese ha ancora raggiunto le performances necessarie a mantenere i cambiamenti climatici al di sotto della soglia critica dei 2° C. Il Marocco è l'unico Paese non europeo tra i primi 23, grazie all'approvazione di una legge che impone il 42% di elettricità da fonti rinnovabili. La Cina resta alla quarantasettesima posizione, a causa del primato di emissioni serra, anche se le nuove politiche energetiche le hanno fatto guadagnare 3 posizioni rispetto all'anno scorso; mentre gli Usa, secondo emettitore globale di CO2, hanno guadagnato 12 posizioni. Il rapporto ha confermato anche che il nostro Paese è migliorato, classificandosi dal sedicesimo posto dell'anno precedente all'undicesimo; il merito è soprattutto dell'ottima percentuale di rinnovabili e di tagli alle emissioni di CO2, che hanno portato l'Italia a centrare gli obiettivi del protocollo di Kyoto.
Un motivo in più per puntare ad essere protagonisti in questa sfida globale, agendo ora per il raggiungimento di un accordo solidale, il più vincolante possibile, e pianificando nel lungo periodo il progressivo miglioramento delle nostre politiche energetiche. La questione riguarda tutti: i paesi sviluppati come quelli in via di sviluppo. Serve guidare il mondo verso una nuova fase, un passaggio in cui dobbiamo dimostrare la capacità di assumerci, ciascuno, le proprie responsabilità. "conclude la parlamentare italiana (10/12/2015-ITL/ITNET)
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