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MERCATO DEL LAVORO ITALIANO: INCREMENTO OCCUPAZIONE NEL 2006. RALLENTAMENTO NEL 2007 E RICONFERMA DISPARITA' NORD SUD

(2008-01-29)

  L?avvento di nuove forme e relazioni di impiego hanno avuto ripercussioni profonde sulle condizioni di lavoro e di vita delle persone. Un modello sociale fluido, caratterizzato dall?insicurezza verso il futuro, si ? sostituito ad una societ? fondata sulla stabilit? e la certezza. E l'Eurispes si chiede se valga la pena di interrogarsi su cosa ? successo nel mondo del lavoro? Se i nostri figli dovranno rassegnarsi a vivere il lavoro in maniera peggiore dei loro padri? Se si sia definitivamente chiusa la fase in cui all?aumento della cultura e della formazione corrispondevano stipendi e trattamenti normativi migliori? Domande alle quali ha cercato di dare risposte nel suo Rapporto diffuso in questi giorni.

  Secondo il Rapporto sia  Istat 2006 che Isfol, in Italia, sino al 2006, si ? avuto un miglioramento dei parametri strutturali del mercato del lavoro. ? proseguito il trend positivo, iniziato nell?ultimo decennio, di espansione della base occupazionale. Rispetto al 2005 gli occupati erano cresciuti dell?1,9%.

  L? incremento ha interessato sia il lavoro dipendente (+381mila unit?) che quello indipendente (+44mila unit?). I lavori flessibili sono responsabili dell?aumento di occupati per oltre il 45%, con picchi nel terziario e nell?industria. La forza lavoro straniera ha contribuito per una quota consistente, pari al 30% del totale.

Nel 2006, gli stranieri nel mercato del lavoro sono aumentati del 15,3%, pari a +178mila unit?, e costituivano il 5,9% del totale dei lavoratori in Italia.

  Questo trend, purtroppo, pare essersi rallentato nel 2007. Nel secondo trimestre 2007 l?offerta di lavoro ha registrato, rispetto allo stesso periodo del 2006, una flessione dello 0,4% (-98.000 unit?), portando il numero di occupati a 23.298.000 unit?. La crescita tendenziale su base annua  ? stata dello 0,5% (+111.000 unit?), ben sotto il livello degli anni precedenti. L?aumento ha riguardato sia la componente maschile (+0,4%, pari a +50.000 unit?) sia, in misura pi? accentuata, quella femminile (+0,7%, pari a +61.000 unit?). L?occupazione straniera ? cresciuta pi? di quella italiana: +129.000 unit? (86.000 uomini e 43.000 donne), come anche il Nord (+0,7%, pari a +77.000 unit?) e soprattutto del Centro (+2%, pari a +96.000 unit?). Al contrario, nel Mezzogiorno l?occupazione ? diminuita (-0,9%, pari a -62.000 unit?) sia nella componente maschile (-0,8%, pari a -34.000 unit?) sia soprattutto tra le donne (-1,3%, pari a -28.000 unit?).

  Nel 2007 si riconferma la disparit? territoriale tipica del nostro Paese: l?occupazione ? cresciuta soprattutto al Nord (+0,9%) e al Centro (+2,2%, pari a 342mila unit?) e in maniera pi? contenuta al Sud (+0,7%, ovvero +74mila occupati). Rispetto alle medie europee il risultato ottenuto dal nostro Paese palesa un ritardo strutturale che ci posiziona molto lontano dagli obiettivi fissati a Lisbona nel 2000. A partire dal 1996 il tasso di occupazione ? cresciuto di 7 punti percentuali, ma rimane molto lontano dalla media europea e dagli standard di Lisbona. Quel che ? peggio, il povero risultato italiano trova conferma sia prendendo in considerazione l?Ue a 15, quindi il nucleo storico dell?Unione, che l?Ue allargata a 25 paesi membri. La distanza con l?Europa ? ancora pi? evidente quando si prende in considerazione la composizione per genere ed et? del mercato del lavoro nostrano. I problemi dell?Italia sono essenzialmente tre: a) la difficolt? di inserimento al lavoro dei giovani; b) il ridotto numero di donne nel mercato del lavoro, anche nelle fasce centrali di et?; c) la fuoriuscita anticipata dal lavoro, che alla soglia dei 55 anni  fa crollare sotto il 50% il tasso di occupazione sia dei maschi che delle femmine.

  Il rapporto tra occupazione a lungo termine, legislazione di protezione del lavoro e flessibilit? ?, poi, tutt?altro che lineare. Le riforme del mercato del lavoro, a partire dal 1995, hanno agito esclusivamente sul versante dei nuovi assunti, permettendo un maggior ricorso ai contratti a termine, lasciando invece intoccate le regole per i titolari di contratti a tempo indeterminato. Riforme a due livelli che hanno consolidato l?esistenza di due mercati del lavoro: uno dei quali meno efficiente e pi? ingiusto.

  Luciano Gallino, in un recente saggio, si chiede quanta parte dell?aumento occupazionale derivi dalla diffusione dei contratti a tempo parziale e a tempo determinato, a fronte d?un volume totale di ore lavorate, ovvero di unit? di lavoro equiparate a tempi pieni, di fatto rimasto stabile.
Seguendo il ragionamento di Gallino, vediamo che in Italia il numero di occupati ? aumentato di circa il 2%, mentre l?aumento misurato in unit? di lavoro standard (Ula) ? pari all?1,6% . Il monte ore lavorate ? cresciuto in maniera meno che proporzionale rispetto al numero di lavoratori. Accanto al fenomeno della creazione di nuova occupazione, esiste anche, almeno per il 20%, un fenomeno di redistribuzione dell?occupazione esistente derivante dalla diffusione del part time. La flessibilit? si presenta in maniera ambigua: da un lato i contratti cosiddetti atipici hanno permesso un migliore adattamento numerico della forza lavoro alle esigenze produttive, dall?altro hanno introdotto un?elevata frammentazione del mercato del lavoro.

  Secondo l?Istat, nel terzo trimestre 2007 la forza lavoro straniera ammonta a 1.590.000 persone (1.479.000 occupati e 111.000 disoccupati), per quasi i due terzi concentrati nel Nord, il 40% nell?industria e il 55% nel terziario. Secondo i dati di fonte Inail (in parte differenti perch? riferiti a nati all?estero, a prescindere dall?effettiva cittadinanza), nel 2006 gli occupati stranieri erano 2.194.271, per l?84,6% nati in un paese non comunitario. La loro incidenza sull?occupazione totale, che mediamente ? del 12,5%, raggiunge il 16,2% nel Nord-Est e scende al 6,9% nel Sud e al 5,1% nelle Isole. L?incidenza di questa manodopera raggiunge il 66,2% nelle attivit? domestiche presso le famiglie. La flessibilit? degli immigrati ? molto altai lavoratori parasubordinati. Si tratta di persone che, integrate in maniera funzionalmente stabile all?interno di una impresa, non lo sono invece sotto un profilo contrattuale. Il loro rapporto di impiego, in passato conosciuto come ?co.co.co.?,  prevede alcune forme tipiche del lavoro dipendente ed ? pertanto di difficile catalogazione. L?Inps, a partire dal gennaio 2005 ha istituito, per i datori di lavoro, l?obbligo del versamento mensile dei contributi per i lavoratori parasubordinati.

  I lavoratori parasubordinati attivi (con almeno un contratto nell?anno) sono circa 1,5 milioni (erano 1.475.111 nel 2005 e 1.528.865 l?anno successivo), per oltre il 70% in condizioni di collaborazione esclusiva con una singola impresa, e che per il 65% svolgono lavori atipici.

  Concettualmente l?universo indagato ? composto di due sub gruppi:gli amministratori e sindaci di societ? ed enti (un terzo del totale dei lavoratori iscritti alla gestione), i collaboratori e assimilati (quasi 1 milione). Le differenze tra i due gruppi sono notevoli: i primi hanno un reddito medio imponibile nel 2005 pari a 26.660 euro, i secondi appena di un terzo: 8.334 euro. I primi hanno mediamente oltre 48 anni, mentre l?et? dei secondi non supera i 37.

  Tra gli amministratori le donne sono una minoranza (22,4%), tra i collaboratori la maggioranza. Un elevato numero di lavoratori (quasi 450mila) sono titolari di altri redditi da pensione o da lavoro afferente altri fondi previdenziali. All?opposto si trovano i collaboratori continuativi o a progetto, che invece hanno redditi aggiuntivi solo nel 15% dei casi.

  Tra il 2005 e il 2006 i redditi imponibili medi dichiarati dai parasubordinati non sono aumentati ed ammontano mediamente a meno di 15mila euro annui, con il 58% che non supera i 10mila euro. Le lavoratrici hanno redditi annuali inferiori di circa il 50% rispetto a quello dei loro colleghi uomini (9.515 euro vs 18.978 euro). I collaboratori coordinati e continuativi o a progetto, che con quasi 800mila persone costituiscono il gruppo maggioritario tra i parasubordinati, hanno un imponibile medio pari a 8.400 euro circa. Il potere d?acquisto dei circa 800mila collaboratori a progetto del settore privato, ? diminuito tra il 2005 e il 2006 di oltre 2 punti percentuali.(29/01/2008-ITL/ITNET)

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